Qualche giorno fa stavo camminando per tornare a casa ed ero totalmente immersa nel podcast che stavo ascoltando con tanto interesse. A un certo punto mi è parso di vedere, con la coda dell’occhio, qualcosa seguirmi. Mi sono girata di scatto per trovare… la mia ombra! Mi sono spaventata di me stessa! È successo anche a voi?
Dall'ombra... all'arte
In quel frangente, però, mi è tornata alla memoria una storia antica che avevo letto in un libro di un autore latino vissuto tanto tempo fa, nel I secolo d.C.: Plinio il Vecchio. È la storia di una giovane donna che per ricordare il grande amore della sua vita, che sarebbe partito per un lungo viaggio, decise di immortalarlo in un disegno, tratteggiando il profilo del volto dell’amato partendo proprio dalla sua ombra proiettata su un muro.
L’artista francese Jean-Baptiste Regnault ha raffigurato questa storia nel dipinto L’origine della pittura del 1785: in primo piano vediamo la ragazza che si protende verso sinistra e tratteggia la figura dell’amato su una pietra, seguendone l’ombra.

Jean-Baptiste Regnault, L’origine della pittura, 1785, Musée de l’Histoire de France, Versailles (Parigi).
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Insomma, l’arte è capace di trasformare qualcosa di semplice come un’ombra in un ricordo indelebile. Le cose più piccole, che magari diamo per scontate perché le vediamo sempre, per gli artisti possono essere qualcosa di straordinario. Vediamo allora con qualche esempio come il tema dell’ombra sia stato affrontato nell’arte attraverso i secoli.
Figure senza ombra
Nell’arte bizantina l’ombra assume un valore molto particolare. Osserviamo i mosaici della Chiesa di San Vitale a Ravenna, per esempio: l’oro fa da padrone e la luce diventa la grande protagonista. E l’ombra, che fine fa? Provate a guardare bene: è sparita! Tutto sembra illuminato da una luce diffusa, come se fosse mezzogiorno e il sole fosse alto nel cielo, e le figure non proiettassero ombre. Questi mosaici sono opere sacre e rappresentano una dimensione divina, che deve apparire lontana dal mondo terreno: è per questa ragione che l’ombra non è presente; se ci fosse, indicherebbe qualcosa del tempo e dello spazio terrestri.

Teofania con Cristo Pantocratore, VI secolo a.C., Basilica di San Vitale, Ravenna.
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Ombre che misurano lo spazio
Le cose cambiano qualche secolo dopo, durante il Rinascimento, quando gli artisti cominciano a usare l’ombra per creare la profondità, sia nei soggetti umani sia nel paesaggio o negli oggetti. Osserviamo per esempio il dipinto San Gerolamo nello studio di Antonello da Messina, realizzato nel 1475 circa: senza l’ombra, non avremmo modo di capire correttamente lo spazio. Le ombre, infatti, sembrano scavare gli ambienti interni per renderli più evidenti e darci il senso, anche grazie alla prospettiva, di una stanza veramente profonda. Le luci entrano nello studio in modo complesso: una prima luce, quella principale, illumina dal centro, mentre le altre entrano dalle finestre sullo sfondo. L’ombra di Antonello da Messina, quindi, misura lo spazio umano.

Antonello da Messina, San Gerolamo nello studio, 1475 ca, National Gallery, Londra.
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Ombre teatrali
Nella seconda metà del Cinquecento l’artista Jacopo Robusti, conosciuto con il nome di “Tintoretto”, viene incaricato di realizzare una serie di grandi quadri che raccontino la storia di san Marco, un santo cristiano. Osserviamo le ombre nel dipinto Il ritrovamento del corpo di san Marco: a sinistra, in piedi e con gesto fermo, lo spirito del santo impone agli uomini veneziani di smettere di cercare il suo corpo fisico perché giace proprio lì, poggiato sul tappeto; a destra vediamo un uomo in una posizione innaturale, completamente in ombra, voltato di schiena e aggrappato a una fanciulla. Per provare di essere un santo, san Marco deve fare un miracolo: liberare l’uomo dal demonio, che esce infatti dalla sua bocca sottoforma di fumo. Vedete che effetto danno le ombre? La presenza di punti luce differenti e il forte contrasto con le ombre rende la vicenda teatrale, facendo di noi gli spettatori di questa messa in scena.

Tintoretto, Il ritrovamento del corpo di san Marco, 1562-1566, Pinacoteca di Brera, Milano.
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Ombre... colorate!
Quando pensiamo alle ombre, ce le immaginiamo nere. Ma, se aguzziamo la vista e ci prendiamo qualche minuto per osservare con attenzione, noteremo che raramente lo sono. Gli artisti impressionisti del pieno Ottocento lo avevano capito bene. Claude Monet, uno dei più famosi pittori impressionisti, realizza fra il 1890 e il 1891 una serie di opere dal titolo Covoni.

Claude Monet, Covoni, 1890, Museum Barberini, Potsdam (Germania).
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In queste composizioni, l’artista studia come la luce differente dei diversi momenti del giorno sia capace di trasformare i colori e le forme delle cose. Nei cumuli di fieno dipinti alla luce del tramonto ciò che viene illuminato dal sole brilla di un arancione infuocato, mentre l’ombra proiettata a terra è scandita da toni violacei e bluastri, che creano un gioco di colori complementari e di riflessi del cielo.
Ombre dentro di noi
All’inizio del Novecento il grande artista norvegese Edvard Munch realizza un’opera dal titolo Autoritratto all’Inferno.

Edvard Munch, Autoritratto all’Inferno, 1903, Museo Munch, Oslo (Norvegia).
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Dipinge se stesso nudo, con la gola segnata da una pennellata rossa decisa, come se si fosse decapitato. La testa bruciata e il corpo dalle tinte calde richiamano l’inferno che lo circonda. Sul lato sinistro il pittore inserisce una grande ombra cupa che affianca la sua figura ritratta. L’ombra troneggia come una colonna: sembra essere completamente staccata dalla figura umana, come se fosse capace di prendere vita e di risucchiare e inghiottire ciò che la circonda. Le pennellate veloci suggeriscono uno stato d’animo irrequieto: in quest’opera, infatti, l’ombra racconta il vissuto personale difficile dell’artista.
Ombre nella letteratura e nel cinema
L’ombra è un soggetto presente anche in altre forme di arte, come la letteratura e il cinema: vediamo qualche esempio.
Alcuni scrittori hanno provato a immaginare che cosa succederebbe se la nostra ombra si staccasse da noi e vivesse di vita propria. Sono sicura che vi è già venuto in mente un personaggio letterario: Peter Pan, protagonista del romanzo Peter e Wendy scritto da James Matthew Barrie nel 1911. Peter è un eterno bambino che non vuole crescere; vive in un’isola fantastica insieme ai Bimbi Sperduti, alla fata Campanellino e al suo acerrimo nemico, il pirata Capitan Uncino. All’inizio della storia, Peter siede vicino alla finestra aperta della camera dei bambini della famiglia Darling e ascolta le storie della buonanotte raccontate dalla mamma per farli addormentare. Una notte, però, viene scoperto e tenta di scappare, ma Nana, il cane-tata della famiglia, gli strappa l’ombra, costringendolo a tornare per riprendersela. Sarà Wendy, la figlia maggiore della famiglia, ad aiutare Peter a ricucirsi l’ombra.
Che cosa rappresenta l’ombra perduta? Per Peter, il bambino che non vuole crescere, l’ombra è il simbolo di tutto ciò che rifugge: lo tiene legato alla realtà, nonostante lui la neghi rifiutandosi di diventare adulto. Peter fa fatica ad accettare i tratti più vulnerabili e fragili di sé. Ricucirsi l’ombra vuol dire cominciare a capire che, senza, si è incompleti e che le insicurezze e le fragilità fanno parte di chi siamo.
Nella fiaba L’ombra dello scrittore danese Hans Christian Andersen (1847) un uomo perde la propria ombra all’interno di una casa misteriosa: l’ombra sparisce per settimane, lasciando l’uomo solo e privo di una parte di sé. Quando torna, l’ombra prende il posto dell’uomo, che inizialmente accetta di diventare la sua ombra. Solo che l’ombra, una volta diventata uomo, è troppo sicura di sé e, dopo aver imprigionato il protagonista, lo condanna a morire.
E che cosa succederebbe se ci fosse solo l’ombra? Ce lo racconta il regista giapponese Hayao Miyazakinel film di animazione La città incantata: un personaggio, che nella traduzione italiana si chiama “Senza Volto”, è rappresentato come un’ombra senza forma. Senza Volto cerca di sedurre le persone con delle pepite d’oro per poi mangiarle; all’inizio è quasi evanescente, ma man mano che si nutre diventa uno spirito famelico di dimensioni enormi. Questa figura rappresenta la mancanza di identità: è l’esempio estremo di qualcosa che appare ma non ha sostanza, come le ombre, che non ci sarebbero se non ci fossero gli oggetti che le generano. Senza Volto insegue le persone per diventare come loro e avere un’identità, proprio come l’ombra della storia di Andersen, che vuole diventare padrona del legittimo proprietario.
Insomma, l’ombra può essere sia qualcosa di molto concreto, reale e visibile, sia il simbolo di qualcosa di più complesso e profondo, come le parti più nascoste e “buie” di noi. E, in questo secondo significato, può ricordarci una cosa molto importante: di avere il coraggio di essere chi siamo, anche con le nostre ombre, nella nostra insostituibile unicità.
Referenze iconografiche: Anton Vierietin/Shutterstock, Wikimedia Commons