Locale-Globale. Il Made in Italy enogastronomico
Dall’Italian sounding alla Cucina italiana patrimonio dell’Unesco
«Stavo percorrendo un sentiero nel cuore del parco nazionale del Denali, in Alaska. Dopo aver montato la tenda per il bivacco notturno, ho acceso il fornello per prepararmi una pastasciutta. Mi sono però accorto di aver terminato il tubetto della passata di pomodori. Visto il mio sconcerto, il vicino di tenda, un americano di Los Angeles, ha estratto dal suo zaino un barattolo di pesto e me lo ha offerto affermando che era buono perché proveniva dall’Italia. In realtà, guardando con attenzione la confezione, di italiano c’era solo la bandierina tricolore, mentre in caratteri minuscoli si leggeva che il prodotto era stato confezionato a Los Angeles. Lo stesso per il vino contenuto in un fiasco di vetro da cinque litri con l’allettante etichetta riportante un volto tipicamente siciliano con tanto di baffi e basco, ma prodotto nella Napa Valley, in California.»
Contraffazione e Italian sounding
Prodotti alimentari proposti come italiani, ma in realtà contraffatti, si trovano nei supermercati di tutto il mondo e nei buffet delle colazioni dei grandi alberghi, soprattutto nel Sud-Est asiatico. Cibi e bevande che, pur non essendo autenticamente italiani, nelle etichette usano nomi, colori, immagini e riferimenti che evocano l'Italia per ingannare i consumatori e sfruttare la reputazione del Made in Italy, una vera e propria pubblicità ingannevole che riduce potenziali export e danneggia l’immagine dei prodotti DOP e IGP.
È il fenomeno conosciuto come Italian sounding, un idiomatismo che definisce prodotti che “suonano” come italiani ma che non lo sono. Attraverso l’Italian sounding , la contraffazione colpisce gravemente il comparto agroalimentare italiano, anche quando i prodotti sono protetti da indicazioni geografiche o denominazioni di origine.
Gli alimenti più imitati sono i salumi, i vini (come il Prosecco, che si trova spesso con il nome “Prosek”), l’olio extravergine d’oliva (commercializzato come “Pompeian”) e molti formaggi tipici (primo fra tutti, il Parmigiano reggiano, spesso contraffatto e chiamato “Parmesan”).
Il fenomeno è mondiale e riguarda centinaia di prodotti – oltre il 66% del Made in Italy agroalimentare è contraffatto - con i livelli più alti negli Stati Uniti, seguiti da Germania, Brasile, Giappone e Francia. Esistono tuttavia anche esempi virtuosi: è il caso dell’azienda Duso’s, fondata a Vancouver, in Canada, da una famiglia italiana che realizza pasta fresca e salse secondo le ricette tradizionali, utilizzando ingredienti di alta qualità provenienti da agricoltori e fornitori canadesi locali.
Le perdite economiche
La contraffazione si tramuta in un evidente danno commerciale valutabile, se si considera tutta la filiera dell’agroalimentare, in una perdita globale per l’Italia, ogni anno, secondo alcune fonti, di circa 100 miliardi di euro, di cui 40 soltanto negli Stati Uniti. Riguardo agli Usa, infatti, l’Italia occupa l’ottavo posto nella classifica dei Paesi esportatori, avendo scavalcato la Francia, ma l’esportazione di prodotti alimentari, molto importante e di prestigio per le nostre aziende con tutta la filiera connessa, costituisce soltanto una piccola “nicchia” del 3,5% limitata a pochi Stati, in particolare quelli della costa orientale e la California.
Per contrastare il fenomeno della contraffazione, che riproduce, tra l’altro, prodotti a buon mercato che fanno concorrenza a quelli autenticamente italiani, le autorità italiane hanno messo a punto leggi e controlli severi per concedere le certificazioni di autenticità; aiutano anche le tecnologie digitali, come per esempio le app che segnalano al consumatore se è in presenza di un prodotto contraffatto. Ma la battaglia è ancora in corso.
Il prestigio del cibo italiano
Il fenomeno dell’Italian sounding rivela, d’altra parte, un punto d’ onore per il cibo del nostro Paese. Dimostra infatti, sul piano culturale, che il modello enogastronomico italiano nel mondo piace e si diffonde in continuazione. Il settore agroalimentare occupa infatti un posto di primo piano nell’export nazionale, preceduto soltanto dalla moda e dai prodotti di design. Tra i prodotti più esportati vi sono i vini (soprattutto Prosecco e spumanti), materie prime come il riso e il grano duro, e tantissime specialità riconosciute a livello europeo con i marchi DOP, IGP e STG (Specialità Tradizionale Garantita), tra cui salumi e formaggi come il gorgonzola, il parmigiano reggiano e la mozzarella, l’olio extravergine d’oliva (quello toscano al primo posto) e la pasta, simbolo per eccellenza del nostro Paese.
La Cucina italiana patrimonio dell’Unesco
Il riconoscimento di tale prestigio è avvenuto con la recente (dicembre 2025) iscrizione della Cucina italiana nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco, che porta al primo posto nel mondo il nostro Paese in quanto a riconoscimenti nel settore enogastronomico. Ben 9 sui 21 patrimoni culturali immateriali sono infatti italiani: dall’arte dei pizzaioli napoletani alla coltivazione dello Zibibbo di Pantelleria.
Il riconoscimento dell’Unesco non riguarda prodotti e ricette specifiche bensì la rappresentatività della Cucina italiana come veicolo di cultura: un insieme di saperi non soltanto culinari, ma anche conviviali e sociali che sono trasmessi di generazione in generazione su tutto il territorio nazionale. L’Unesco sottolinea il fatto che “la cucina italiana è una pratica quotidiana che comprende conoscenze, rituali e gesti che hanno dato vita a un uso creativo e artigianale dei materiali, contribuendo a creare un’identità socio-culturale condivisa e allo stesso tempo cronologicamente e geograficamente variegata”. In particolare, vengono apprezzati la stagionalità dei prodotti e la loro sostenibilità oltre che la diversità “bioculturale”.
I media hanno parlato di un evento eccezionale che premia il Made in Italy. Non è però la prima volta che il cibo finisce nella lista dei Patrimoni immateriali dell’umanità. Siamo stati preceduti dalla Francia, nel 2010, premiata per la ritualità del pasto formato da varie portate e il valore dei prodotti utilizzati, e, nel 2013, dal washoku, cioè la cucina tradizionale giapponese, premiata per la sua sostenibilità ambientale, la preparazione dei piatti e soprattutto per la condivisione. È questo, infatti, l’aspetto che l’Unesco vuole privilegiare, avendo premiato, tra gli altri, il kimchi, piatto di verdure fermentate (che ho ultimamente provato in Corea del Sud) perché, quando preparato in grandi quantità, unisce la famiglia e favorisce la socialità.
Un approccio transcalare per la geografia
Le recenti Indicazioni Nazionali per la geografia hanno aperto una nuova prospettiva didattica, basata su un approccio transcalare. Viene promossa, cioè, la “capacità di collocare fatti e relazioni a scale diverse (dal locale al globale) e di passare agevolmente dall’osservazione del proprio quartiere fino alle dinamiche planetarie”. Si tratta di un’opportunità per conoscere meglio il proprio spazio vissuto e, contemporaneamente, comprendere fenomeni ed esperienze relativi a realtà fisiche e antropiche anche molto distanti da noi.
Sul sito di “Agorà”, dello stesso autore si veda anche Dal locale al globale: il viaggio dell’acqua. Un esempio operativo di transcalarità.
Referenze iconografiche: Davide Angelini/Shutterstock