A un secolo dal Nobel assegnato a Grazia Deledda, un podcast su La Letteratura delle Donne. Autrici italiane dell’Otto-Novecento fa il punto sull’accresciuta presenza di scrittrici e poetesse nel canone letterario italiano.
Esattamente cento anni fa, nel 1926, Grazia Deledda fu insignita del Premio Nobel per la Letteratura. Era la seconda scrittrice che riceveva un così prestigioso riconoscimento, preceduta soltanto, nel 1909, da Selma Lagerlöf, svedese. Le donne hanno avuto vita difficile, in letteratura non meno che negli altri campi: in 125 edizioni, da quando il Nobel fu istituito nel 1901, soltanto in 18 occasioni la scelta è caduta su una donna e per giunta metà di queste vittorie sono concentrate nell’ultimo ventennio.
Ciò significa, in sostanza, che anche in seno all’insigne Accademia Svedese, da cui dipende la scelta del Nobel per la Letteratura, solo negli anni Duemila si è raggiunta una piena parità di genere.
Il conferimento del premio a Grazia Deledda è perciò un evento da segnare nell’albo d’oro dei successi delle donne, una pietra miliare nella storia lunga e accidentata dell’emancipazione femminile.
Nel breve discorso di ringraziamento che essa tenne, a Stoccolma, durante la cerimonia di premiazione, non volle tacere gli ostacoli e le incomprensioni che aveva dovuto vincere, nella sua stessa famiglia, per affermare il proprio indomabile talento di scrittrice: una dichiarazione irrituale, pronunciata con fierezza, nella quale tante donne si sarebbero potute riconoscere, perché ancora a quei tempi nella communis opinio una donna intellettuale era un essere mostruoso e inavvicinabile, una via di mezzo tra una strega e un’etera.
Per farsi un’idea dei pregiudizi e delle resistenze contro cui hanno dovuto combattere le «signore della penna» (l’espressione è dello studioso Gino Tellini), basterebbe leggere, della scrittrice sarda, Cosima, un’autobiografia romanzata (in volume nel 1937), in cui rievoca appunto lo sviluppo della sua vocazione letteraria, osteggiato e per questo tenuto a lungo nascosto, in casa, con la complicità delle sole sorelle.
Si comprende, allora, a maggior ragione, la portata della confidenza epistolare fatta da Matilde Serao, la prima giornalista a stipendio della stampa italiana, il 22 marzo 1878, a un amico napoletano: «scrivo dappertutto e di tutto con una audacia unica, conquisto il mio posto a furia di urti, di gomitate, col fitto ed ardente desiderio di arrivare».
Queste storie meritano di essere conosciute. I tempi sono maturi perché la letteratura femminile entri in misura più significativa nella programmazione scolastica. Per questo, insieme a Lucia Angella, ho realizzato un podcast in 20 episodi su La Letteratura delle Donne. Autrici italiane dell’Otto-Novecento, pensato proprio come sussidio didattico e liberamente accessibile su Spreaker, Spotify e altre piattaforme. Fra l’altro, diversi di questi episodi si possono ascoltare semplicemente inquadrando il QR Code stampato nei due volumi finali del manuale di letteratura Del mondo esperti - Edizione bianca; a cominciare dal primo, che rievoca l’ingresso delle donne nell’agone letterario all’indomani dell’unità d’Italia.
Le scrittrici seppero infatti approfittare della congiuntura favorevole venutasi a creare in seguito all’unificazione nazionale, con l’abbattimento delle dogane e l’avvio di una scolarizzazione diffusa, l’espansione del mercato editoriale e l’accresciuta domanda di cultura e di evasione.
Fu un’epoca pionieristica. Per conquistarsi un posto nel sistema letterario, le donne si adattarono, sulle prime, a praticare i generi minori: letteratura per l’infanzia, narrativa di intrattenimento. Ma fu un tirocinio fecondo e premiato, spesso, dal più vasto consenso di pubblico.
Le prime generazioni di scrittrici tirarono, così, la volata alle migliori autrici del Novecento, che sono entrate di diritto nel canone letterario.
Oltre a Grazia Deledda, si pensi a Sibilla Aleramo, che ha introdotto nella letteratura italiana un’inedita tipologia di personaggio femminile; o a Natalia Ginzburg, salita ai vertici della Einaudi; a Renata Viganò, che ha rivendicato il contributo delle donne alla lotta partigiana; a Elsa Morante, che ha saputo raccontare come nessun’altra i legami viscerali tra madri e figli e il trauma della perdita; o ancora ad Anna Maria Ortese, che ha dato espressione dolorosa al trauma moderno dello spaesamento; ad Amelia Rosselli, tormentata per tutta la vita da ricorrenti manie di persecuzione; a Margherita Guidacci, nelle cui poesie si fondono ispirazione civile e ispirazione religiosa; fino ad Alda Merini, testimone degli orrori dei vecchi ospedali psichiatrici; e ad Antonia Arslan, che nei suoi romanzi ha fatto memoria del genocidio del popolo armeno.