Piegato dal Fentanyl
Un giorno nella testa di Paul, dove le allucinazioni si alternano a desideri di salvezza
Questo racconto rappresenta il terzo capitolo della serie dal titolo “Le molecole si raccontano”. Attraverso la tecnica dello storytelling si vuole porre l’accento sulle caratteristiche e sugli effetti di quattro sostanze molto diffuse tra i giovani: etanolo, caffeina, nicotina, fentanyl. Pensiamo sia un modo originale e coinvolgente per ragionare insieme agli studenti e alle studentesse rispetto ai rischi derivanti dall’uso e dall’abuso di queste sostanze.
Nel South Side di Chicago il riverbero della luce acceca la vista e il sudore imperla il viso delle persone. Paul avanza incespicando lungo il marciapiede, proprio accosto ai muri; non cerca l’ombra ma riparo dall’acquazzone.
Il sole cocente di agosto non riesce ad allontanare la pioggia e il suo odore penetra deciso nelle narici del giovane: un effluvio di frizzante ozono che solo Paul intercetta.
«Su Paul alzati! Raddrizzati, non stare così chinato. Fai pena!».
In tono perentorio, una voce invita Paul a cambiare postura. Il ragazzo difatti ha la schiena ricurva e la testa ciondoloni: è letteralmente piegato in due. Tutto il suo esile corpo, un tempo vigoroso e atletico, pende verso terra.
Paul con grande sforzo cerca di volgere lo sguardo e l’orecchio destro verso l’alto, verso la voce che lo sta apostrofando, e con altrettanta difficoltà articola qualche parola per scacciare il richiamo molesto che lo sta prendendo di mira.
Le offese sono in fretta sostituite dal ronzio di uno stormo di irritanti mosche che, attratte dalla pelle sudata, gli tormentano il corpo. Il formicolio lo invade ovunque e Paul esasperato prova a scuotersi per liberare la pelle da quel fastidio insopportabile. Ma più si dimena e più aumenta la sensazione del moltiplicarsi delle zampette lunghe e sottili che voraci si aggrappano alla vittima per sondare il punto migliore da perforare. Il prurito si espande dappertutto e Paul, fiaccato dal male, rantola ed emette grida angoscianti.
Un passante gli presta attenzione e chinandosi gli chiede: «Ehi ragazzo, cosa ti succede?».
Non ricevendo risposta, ripete più volte la domanda, accompagnandola con alcuni strattoni che muovono quel corpo inerte e dalle sembianze ormai poco umane.
«Le mosche, le mosche, non mi lasciano in pace, andate via maledette!» blatera Paul.
«Mosche? Non ci sono mosche qui intorno amico!».
«E queste cosa sono? Guarda mi stanno divorando» piagnucola Paul sofferente.
Poi lo sciame all’improvviso si fonde nell’enorme corpo di un minaccioso orso e Paul terrorizzato scappa dall’altra parte della strada, cercando rifugio in un lurido sottoscala dove si rannicchia, ormai incapace di tenere alta la testa e dritta la colonna vertebrale.
Il tizio decide di tornare sui suoi passi e mentre si allontana scruta il ragazzo con la coda dell’occhio, pensando di essersi imbattuto in un pazzo. Si accorge però che in quelle strade, agli angoli e sui marciapiedi, Paul non è l’unico “zombie”, ma uno dei tanti.
Sgomento, pensa di essere preda di allucinazioni oppure di essere capitato su un set cinematografico, in una scena apocalittica popolata da morti viventi.
Passato lo spavento per l’apparizione dell’orso, Paul libera dalla tasca dei pantaloni, zozzi e sdruciti, una bustina leggera; nello stesso istante un’altra voce si leva nell’aria calda e ferma del tugurio dove è nascosto, assordandolo.
«Lo sconosciuto non è fuori di sé e gli zombie che lo circondano non sono gli attori di un film, ma le vittime di una immane tragedia!».
Paul non le dà retta: è in preda a dolorosi crampi e disgustato dalla nausea. Tuttavia, con le mani tremolanti versa la polvere bianca sopra un pezzetto di cartone deformato, raccolto nella sporcizia. Mentre le narici irritate si accostano al cartoncino, Paul sente la voce sempre più forte, proprio come se fosse il pulviscolo a parlare.
«La carnefice sono io. Il mio nome è Fentanyl».
Sorpreso Paul interrompe l’inalazione. Nonostante l’urgenza di concludere l’usuale gesto che fermerà l’atroce sofferenza, ribatte: «Chi sei? Cosa vuoi da me? Vattene!».
«Te l’ho detto chi sono, ma se insisti te lo ripeto. Sono un’ammide aromatica di formula bruta C22H28N2O. Anche se due fenili e un eterociclo contenente azoto mi rendono bella compatta, sono riuscita a sublimare dal resto del solido pulverulento e ora vortico libera nell’aria».
«Svolazza quanto vuoi ma lasciami in pace, che ho da fare».
«Eh no, io ti disturbo e farò anche di peggio».
Esasperato Paul si arrabatta nel tenere la testa sollevata e recupera un po' di forze per rispondere a tono a quell’impertinente.
«Lasciami in pace o te ne pentirai. Torna da dove sei venuta!».
«Non me ne vado e non lascerò che il Fentanyl ti distrugga!» replica la molecola dell’oppioide più potente al mondo.
«Bugiarda! Lui non mi distrugge, mi salva da questo insopportabile dolore!».
«Per poco, caro mio, poi tutto ricomincerà da capo. Agli inizi era diverso: infatti io e le mie compagne, arrivando velocissime al cervello, in men che non si dica bloccavamo i recettori del dolore e liberavamo la dopamina. Effetto doppio e risultato garantito: rilassamento, piacere, euforia».
«Lo so, lo so. Io c’ero» disse Paul scocciato.
«Sì ma adesso? Non hai bisogno di me per provare piacere, ma solo per eliminare il dolore! È un’assurdità, non credi?».
Paul, messo all’angolo, è furente; e con uno scatto d’ira alza le braccia e getta all’aria l’impalpabile polverina. Mentre la guarda ricadere lentamente a terra, grosse e disperate lacrime sgorgano dai suoi occhi pesti. Con gesta convulse e con le dita malferme prova a recuperare la pozione bianca dispersa a terra, ma inspiegabilmente, appena sfiorata, svanisce nel nulla.
Paul incredulo muove le mani con frenesia, sperando di recuperare qualcosa prima che tutto scompaia: ma ogni tentativo è vano. Nel contempo l’intensità della voce che lo sta importunando aumenta e il ragazzo, ormai prostrato, è sopraffatto da un coro che all’unisono recita: «Il Fentanyl ti uccide, il Fentanyl ti uccide!» e incalza risoluta: «Il nostro compito è stupefacente quando aiutiamo milioni di pazienti a sopportare il dolore e questo ci rende molto fiere! Ma se negli ospedali siamo delle celebrità, nelle strade diventiamo assassine. Il nostro potere ti ha ridotto in poco tempo in uno zombie, perciò d’ora in avanti stai alla larga da noi».
Mentre il nefasto coro gradatamente sfuma, Paul si risveglia come da una lunga assenza. Si accorge allora di tenere in mano e a pochi centimetri dal naso il trip di carta. In preda al terrore allontana d’impulso il viso, scaglia lontano la velenosa dose e con tutto il fiato che gli è rimasto grida: «Meglio gettare all’aria te che la mia vita».
E come se gli effetti del suo fermo proposito lo avessero già in parte rinvigorito, Paul barcolla fuori dall’antro buio e ritrova la luce. Ancora dolorante e incerto nel passo, inizia ad avviarsi verso l’ardua e lunga strada della rettitudine.
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