Perché ci sarà così tanto bisogno di STEAM nella scuola del futuro?
Per formare una generazione di cittadini capaci di integrare rigore scientifico e sensibilità etica
Immaginiamo una scuola dove una formula di fisica non è solo un’astrazione gelida, ma l’ultimo atto di un dramma umano fatto di sfide, intuizioni e rivalità. Questo contributo nasce dalla convinzione che le STEAM non siano semplicemente un set di competenze tecniche per il mercato del lavoro, ma un nuovo linguaggio di cittadinanza. Attraverso il potere dello storytelling, il testo traccia un percorso che ricuce la storica ferita tra il rigore scientifico e il calore delle discipline umanistiche. Dalla precisione geometrica di Dante alle visioni cosmiche di Calvino, la narrazione si fa ponte, trasformando l'aula in un cantiere aperto dove il "sapere" torna a essere un’esperienza unitaria e vibrante. È una proposta per una scuola che non divide il mondo in compartimenti, ma educa a navigarne la complessità, formando cittadini capaci di governare la tecnologia con il rigore della logica e la bussola dell'etica.
Oggi più che mai, studenti e famiglie percepiscono le discipline STEAM come una scelta strategica, quasi obbligata, per garantirsi un futuro solido. I dati confermano questa percezione: automazione, intelligenza artificiale e transizione ecologica richiedono competenze scientifiche sempre più avanzate. Di fronte a questa pressione, l'orientamento rischia di trasformarsi in un "imbuto" che spinge verso percorsi tecnico-scientifici, alimentando nei ragazzi l'ansia di farsi piacere materie che talvolta sentono distanti dalla propria sensibilità.
Ma la necessità di queste discipline va oltre il mercato del lavoro. La trasformazione tecnologica sta ridisegnando il tessuto stesso della società: comprendere dati, interpretare modelli scientifici e valutare le implicazioni etiche delle decisioni sono diventate competenze di cittadinanza attiva. Le grandi sfide globali, dalla sostenibilità alla salute pubblica, richiedono cittadini scientificamente alfabetizzati. Eppure, nelle nostre scuole persiste una dicotomia profonda: da un lato le scienze, percepite come rigorose ma fredde, dall'altro le materie umanistiche, considerate formative ma poco spendibili. Superare questo dualismo, che limita le potenzialità di entrambi gli ambiti, è la vera sfida formativa del futuro.

La narrazione come ponte
Immaginiamo uno studente davanti alla legge di gravitazione universale:
Fredda e astratta nella sua simmetria. Ma cosa accadrebbe se scoprisse che in questa equazione c’era lo zampino di Robert Hooke e che ne seguì una disputa feroce con Newton? Improvvisamente la formula diventa il punto d'arrivo di un dramma umano fatto di intuizioni, orgoglio ferito e genio ostinato. La legge non cambia, ma il suo significato sì: da enunciato da memorizzare a conquista del pensiero umano.
Lo storytelling nella didattica non è un ornamento, ma un dispositivo epistemologico. La narrazione restituisce senso al sapere, mostrando come ogni scoperta nasca da domande concrete: Galileo non studia il moto parabolico per puro amore della geometria, ma perché le traiettorie dei proiettili interessano le potenze militari del suo tempo. Questa contestualizzazione permette di vedere la scienza come un cantiere aperto, dove si costruiscono interpretazioni provvisorie attraverso tentativi ed errori.
Il racconto funziona così come innesco per il Problem-Based Learning: presentare Archimede che deve verificare se la corona di Ierone II sia d'oro puro, senza danneggiarla, trasforma il principio di galleggiamento in una sfida da risolvere. Il Learning by Storytelling diventa Learning through Storytelling quando la narrazione si trasforma in laboratorio mentale e in esperimento progettato dagli studenti. Infine, il racconto è inclusivo: narrare di Rosalind Franklin che produce cristallografie del DNA lottando contro il sessismo del suo tempo significa intrecciare biologia, fisica, etica e questioni di genere, rendendo la scienza un patrimonio culturale accessibile a tutti attraverso la porta universale del racconto.
Il ruolo insostituibile delle discipline umanistiche
In un’epoca di sviluppo tecnologico rapidissimo, i docenti di lettere potrebbero sentire di aver "perduto l’aureola". Ma non è il caso di lasciarsi prendere dal panico: usciamo dalla dimensione baudelairiana di chi ha smarrito il proprio senso, perché è qui che lo sguardo umanistico diventa decisivo. Senza di esso, il sapere rischia di accumularsi senza tradursi in comprensione vera. Come conciliare i classici con la richiesta di preparare gli studenti al moderno mercato tecnico-scientifico?
Incentivare le STEAM non trasforma le materie umanistiche in un orpello: per insegnare le scienze dobbiamo parlarne, e parlare è la nostra specialità. Filosofia, storia e letteratura interrogano il “perché” e il “per chi” del sapere, collocando i dati entro un'esperienza umana concreta. Del resto, la netta ripartizione tra cultura umanistica e tecnica è una moda moderna. Nella scuola medievale, i giovani imparavano a padroneggiare tutte le Arti Liberali: Trivio (Grammatica, Retorica, Dialettica) e Quadrivio (Aritmetica, Musica, Geometria, Astronomia). Il sapere era considerato uno solo.
Oggi ci viene chiesto di recuperare questa visione olistica. Gli esempi abbondano:
- Dante Alighieri, quando deve descrivere la realtà del Paradiso, scivola con naturalezza dal linguaggio letterario a quello tecnico della fisica e della geometria.
- Giacomo Leopardi, nella Ginestra, descrive il "villanello" che intuisce il pericolo del vulcano ascoltando l'acqua del pozzo gorgogliare: una lezione di osservazione fenomenologica.
- Francesco Petrarca, nell'Ascesa al monte Ventoso, cita la "teoria della lettera pitagorica".
- Italo Calvino, con le sue Cosmicomiche, permette di raccontare il Big Bang o l’estinzione dei dinosauri attraverso la forza dell'immaginazione.
Appunti per un'integrazione non più rimandabile
Questa sinergia deve tradursi in azioni concrete, modificando pratiche didattiche consolidate:
- Co-progettazione interdisciplinare: superare la logica dei dipartimenti “stagni” creando tavoli di lavoro stabili dove docenti di ambiti diversi progettino insieme unità di apprendimento integrate, individuando temi generativi comuni.
- Cultura scientifica come patrimonio generale: riconoscere che un cittadino del XXI secolo non è colto se non conosce la fisica o la biologia nei loro principi storici e filosofici, così come non lo sarebbe senza conoscere Dante o Manzoni.
- Viaggi di istruzione come laboratori: trasformare le gite in esperienze di ibridazione. Visitare le ville palladiane significa incontrare simultaneamente matematica (proporzioni), fisica (statica), storia (committenza) e arte.
- Investimento in metodologie: il cambiamento reale non avviene solo acquistando software, ma padroneggiando l’Inquiry-Based Learning e lo storytelling educativo, strumenti necessari per trasformare la disciplina in un mezzo per affrontare problemi complessi.
- Organizzazione e Rete: utilizzare le risorse del PNRR non solo per le tecnologie, ma per costruire comunità di pratica durature, favorendo la flessibilità oraria e creando reti con università, musei e aziende.
La sfida è formare una generazione di cittadini capaci di integrare rigore scientifico e sensibilità etica, competenza tecnica e visione culturale. Non si tratta di sommare discipline, ma di intrecciarle profondamente, facendo della scuola il luogo in cui la complessità del mondo viene affrontata con tutti gli strumenti del sapere umano, senza gerarchie né separazioni artificiali.
Referenze iconografiche: Danawan Purbanggoro/Shutterstock, N.Savranska/Shutterstock, Ollyy/Shutterstock, Chay_Tee/Shutterstock