I Dirigenti scolastici di fronte alla sfida dei nuovi Istituti tecnici

La riforma degli Istituti tecnici prevista dal PNRR viene presentata come una grande occasione per rilanciare la formazione tecnico professionale italiana. Un progetto ambizioso, la cui riuscita dipende dai Dirigenti scolastici e dalla loro capacità di affrontare sfide e imprevisti per trasformare un impianto normativo complesso in un sistema funzionante, sostenibile ed efficace per studenti e studentesse.

I nuovi Tecnici

Con il Decreto-Legge n.45/2025, convertito con modificazioni dalla L. 5 giugno 2025, n. 79, e il Decreto Ministeriale n.29/2026 si regola la riforma degli Istituti tecnici (riforma 1.1 della Missione 3, Componente1, del PNRR) normata dall’art.26 DL n.144/2022 e dall’art. 26 bis del DL n.144/2022.
L’art. 26 DL n.144/2022 esprime la finalità di poter adeguare costantemente i curricoli degli Istituti tecnici alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo nazionale, secondo gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, orientandoli anche verso le innovazioni introdotte dal Piano nazionale «Industria 4.0» in un'ottica di piena sostenibilità ambientale. In particolare, la riforma prevede:

a) l’aggiornamento dei profili dei curricoli vigenti, mirando a:

  • rafforzare le competenze generali linguistiche, storiche, matematiche e scientifiche, giuridiche ed economiche, nonché le competenze tecnico-professionali riguardanti i profili in uscita con particolare riferimento al contesto dell'innovazione digitale e allo studio dei prodotti e dei servizi connessi al made in Italy;

  • rafforzare la connessione al tessuto socioeconomico-produttivo del territorio di riferimento, favorendo la laboratorialità, l'innovazione e l'apporto formativo delle imprese e degli enti del territorio;

  • valorizzare la metodologia didattica per competenze, caratterizzata dalla progettazione interdisciplinare e dalle unità di apprendimento, nonché aggiornare il Profilo educativo, culturale e professionale dello studente e incrementare gli spazi di flessibilità

b) la previsione di meccanismi volti a dare la continuità degli apprendimenti nell'ambito dell'offerta formativa dei percorsi di istruzione tecnica con i percorsi dell'istruzione terziaria nei settori tecnologici (…);

c) attività formative destinate al personale docente degli Istituti tecnici, finalizzate alla sperimentazione di modalità didattiche laboratoriali, innovative, coerentemente con le specificità dei contesti territoriali (…);

d) la previsione a livello regionale o interregionale di accordi, denominati «Patti educativi 4.0» (…);

e) previsione di misure di supporto allo sviluppo dei processi di internazionalizzazione (…).

Il ruolo dei Dirigenti scolastici

La riforma degli Istituti tecnici prevista dal PNRR viene presentata come la grande occasione per rilanciare la formazione tecnico‑professionale italiana. Un progetto ambizioso, innovativo, perfettamente allineato alle parole chiave del momento: transizione digitale, sostenibilità, Industria 4.0. Ma dietro la retorica dell’innovazione c’è una verità che pochi dicono apertamente: la riuscita della riforma dipende quasi interamente dai Dirigenti scolastici, chiamati a trasformare un impianto normativo complesso in un sistema funzionante, sostenibile e credibile.

Il nuovo modello 2+2+1, la disciplina unitaria delle Scienze Sperimentali, il CLIL obbligatorio, le UdA come architrave della progettazione, la flessibilità fino al 30% dell’area di indirizzo, i Patti Educativi 4.0, i Campus tecnologico‑professionali, il raccordo con gli ITS Academy: tutto questo non si realizza da solo. Serve una regia forte. E quella regia è del Dirigente.

La prima sfida è la riprogettazione dei curricoli, un esercizio di ingegneria istituzionale che richiede equilibrio attento. Le scuole devono ridisegnare orari, discipline, compresenze e articolazioni rispettando vincoli rigidi: autonomia fino al 20%, flessibilità fino al 30%, ma nessuna disciplina può perdere più del 25% del monte ore. Una partita che si gioca centimetro per centimetro, con ricadute dirette sugli organici e sulle classi di concorso. Ogni scelta può generare tensioni, aspettative, conflitti. E il Dirigente deve tenere insieme tutto.

Poi c’è la gestione degli organici, probabilmente il fronte più delicato. La riforma introduce nuovi quadri orari, nuove discipline, nuove compresenze e nuovi codici SIDI. Il rischio di soprannumeri è reale. La continuità didattica va garantita. Le classi del vecchio ordinamento convivranno per anni con quelle del nuovo. Il Dirigente deve evitare fratture interne, proteggere il personale, assicurare stabilità e allo stesso tempo innovare. Una quadratura del cerchio che richiede competenza tecnica e nervi saldi.

La terza sfida è la costruzione della rete territoriale. Patti 4.0 e Campus promettono laboratori condivisi, esperti d’impresa, mobilità studentesca, coprogettazione con ITS Academy. Ma trasformare queste promesse in realtà significa negoziare accordi, definire responsabilità, gestire logistica, assicurazioni, sicurezza, trasporti, orari. Il Dirigente diventa un diplomatico, un manager, un mediatore istituzionale. E deve farlo senza risorse aggiuntive.

A tutto questo si aggiunge la pressione del tempo. La riforma parte nel 2026/27, ma solo per le prime. Una transizione lunga, che costringerà le scuole a convivere con due sistemi paralleli, due modelli valutativi, due organizzazioni. Una complessità che rischia di appesantire collegi, consigli di classe e segreterie. E che richiede una leadership capace di dare direzione e senso.

Infine, c’è la sfida più difficile: il cambiamento culturale. La riforma chiede ai docenti di superare la didattica trasmissiva, lavorare in team, progettare UdA, valutare per competenze, integrare CLIL e laboratori avanzati. Non basta una circolare per cambiare abitudini consolidate. Serve una guida che accompagni, convinca, motivi. E che sappia gestire resistenze, paure, incertezze.

La riforma degli Istituti tecnici è una grande opportunità. Ma è anche un banco di prova durissimo per i Dirigenti scolastici, chiamati a fare da architetti, mediatori, innovatori e garanti della tenuta del sistema. Se la riforma funzionerà, sarà merito loro. Se fallirà, sarà sulle loro spalle che ricadranno le critiche. È il paradosso di una scuola che vuole cambiare, ma che affida il cambiamento a chi, ogni giorno, deve far quadrare un sistema già sotto pressione.

 

Referenze iconografiche: ©panitanphoto/Shutterstock

Maurizio Chiappa

È Dirigente scolastico dell'ITI G. Marconi, Dalmine (BG).