Ravensbrück, il lager delle donne

Ravensbrück fu il più grande campo di concentramento costruito nella Germania orientale, entrato in funzione nel 1939 per ospitare le prigioniere politiche, e attivo fino al 1945. Qui furono imprigionate oltre 100.000 donne provenienti da ogni parte dell’Europa occupata dall’esercito tedesco. Un racconto dell’inferno del lager attraverso le testimonianze delle sopravvissute.

Le testimonianze delle sopravvissute

<<Digiune, tremanti dal freddo e d’umidità, cerchiamo un po’ di calore addossandoci le une alle altre, vincendo il naturale ribrezzo verso corpi spesso non più giovani, afflosciati, deturpati dalle piaghe.>> Con queste parole Maria Arata, numero di matricola 77314, descrive l’incontro con il mondo del lager, l’entrata coatta in una comunità estranea all’umanità, alla quale bisogna aderire per sopravvivere.

Maria è solo una delle tante donne imprigionate per motivi politici o razziali nel lager di Ravensbrück Fürstenberg/Havel, il più grande campo di concentramento costruito nella Germania orientale, entrato in funzione nel 1939 per ospitare le prigioniere politiche, oppositrici del regime nazista, e attivo fino al 1945. Qui furono imprigionate oltre 100 000 donne, provenienti da ogni parte dell’Europa occupata dall’esercito tedesco. Viaggiano su convogli provenienti dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Francia e dall’Italia, e sono destinate in gran parte a lavorare come schiave per l’industria bellica del Reich, ma a migliaia saranno uccise col gas. Altre finiranno i loro giorni fra stenti, sevizie, malattie e orribili esperimenti genetici. Alla fine della guerra, ne sopravviveranno soltanto 8000.

L’universo concentrazionario in un’ottica di genere

Ravensbrück è uno degli angoli più bui della storia del Novecento, un “non-luogo dell’umanità”, che ha obbligato gli storici a esplorare l’universo concentrazionario tenendo conto dell’ottica di genere. In passato, infatti, si pensava che non vi fosse differenza fra uomini e donne all’interno di un lager, perché la morte accumunava la sorte di tutti. Eppure, come ha notato Anna Foa, una differenza di genere è esistita, se è vero che ad esistere è stata l’attenzione dei carnefici per il corpo femminile. Gli esperimenti effettuati sui corpi delle donne e sulla fertilità, gli aborti, le sterilizzazioni e gli assassinii dei bambini appena partoriti dalle prigioniere sono atti di crudeltà riservate a quelle donne che osarono alzare la testa contro il regime di Hitler. Una colpa imperdonabile per “soggetti sociali pericolosi”, vero male da estirpare per realizzare l’esperimento totalitario di rigenerazione della stirpe ariana. Preservare <<la purezza e l’onore del sangue tedesco>> (così recitavano le leggi di Norimberga approvate nel 1935) significava reprimere ogni forma di devianza, come ricordano i simboli cuciti sulle divise delle detenute: triangolo rosso per le prigioniere politiche, verde per ladre e prostitute, giallo per le ebree, viola per le testimoni di Geova, rosa per le omosessuali, nero per le donne Rom o le “asociali”.

La deportazione e il viaggio

Costrette a resistere agli stenti, alla denutrizione e al rigidissimo clima invernale, le italiane internate a Ravensbrück sono ad oggi conteggiate in 871. Fra loro c’è Laura Polizzi, partigiana della XII Brigata Garibaldi, deportata insieme a tutta la famiglia. Arrestata per attività antifascista, in seguito alla delazione di una vicina di casa, e interrogata brutalmente nella questura di Parma affinché riveli la rete clandestina di cui è a conoscenza, Laura viene destinata a un campo in Germania. Con lei viene portata via anche Julca Destrovik, una profuga slava arrivata a Parma per organizzare i gruppi di difesa della donna, in evidente stato di gravidanza. Distesa nel suo giaciglio nella camerata del lager, Laura rivede tutti i particolari di quella terribile mattina. <<Capii subito che eravamo in trappola. Mia madre voleva mettersi un paio di sandali; glieli ruppero in faccia per vedere se dentro c’erano dei documenti.>>

Gli interrogatori durano un mese finché Laura e Julca non vengono mandate nel campo di transito di Bolzano, dove le detenute sostano qualche tempo in attesa della deportazione in Germania, impiegate come donne di servizio per le truppe tedesche. <<Ogni tanto ci mettevano in fila ed erano botte e spintoni. Ricordo che una volta rovesciammo per terra del riso e me lo fecero raccogliere grano per grano mentre loro ridevano.>>

Nell’agosto del 1944 le due donne arrivano a Ravensbrück e già durante il viaggio capiscono di trovarsi in un limbo, in un passaggio che le sta conducendo verso qualcosa di oscuro e ignoto. La testimonianza di Laura si snoda nella descrizione delle ore passate nei vagoni piombati, tra la paura e i malesseri fisici, senza poter respirare, bere o mangiare. Il viaggio è già un modo per eliminare i più deboli, soprattutto anziani e bambini, e quando non uccide, serve a umiliare, a piegare la dignità. <<Eravamo in tante. Non so quanti giorni siamo state là dentro. Spesso c’era l’allarme e il treno si fermava. Noi speravamo ci venissero a liberare i partigiani. Dentro c’era gente che aveva sete e bisogno di andare al gabinetto: Julca, poi era incinta. Ravensbrück mi sembrava immenso. C’erano tante baracche. Ci condussero in uno stanzone molto grande; cominciarono a spogliarci completamente. Mia madre aveva agganciato l’orologio da polso alla spallina della sottoveste, forse per comodità. Pensando che lo volesse nascondere, la picchiarono[1].>>

L’inferno del lager

L’indomani mattina inizia la distribuzione delle divise, <<un grembiule rigato con un paio di zoccoli e una fascia bianca con un triangolo rosso>> con impresso un numero. La prima offesa alla propria identità, il segno dell’umiliazione del proprio io. Le due donne vengono quindi avviate ai lavori forzati, costrette a marciare chilometri ogni giorno per andare a costruire trincee. Fra le punizioni, mortali per molte, c’è quella di trascinare avanti e indietro tutto il giorno un rullo di pietra di 30 kg, come bestie da soma. Nessuna pietà muove le guardie carcerarie che osservano le detenute trasportare mattoni e ferri fino a sera, quando, stremate, rientrano nelle baracche, abbandonano i corpi su tavolacci di legno. L’accanimento del personale di sorveglianza è una forma di pressione psicologica per far scontare alle detenute il loro attivismo politico, ma assume le sembianze di veri e propri atti di sadismo. Le testimonianze delle internate a Ravensbrück raccontano delle continue perquisizioni nelle camerate effettuate senza motivo, delle adunate al freddo, delle umiliazioni e degli esperimenti medici a cui le prigioniere vengono sottoposte.

<<L’appello si svolge per tutta la durata, in posizione di attenti, sotto la pioggia, la neve o il vento. All’appello è proibito muoversi, parlare con le compagne, accoccolarsi quando le gambe non reggono più, battere i piedi per scaldarsi, avere il petto coperto con un pezzo di carta rubata per difendersi dal freddo. L’appello è un mezzo, fra i tanti, studiato apposta per mettere le prigioniere in condizione di non pensare, per disumanizzarle, per distruggerle.>>[2] Racconterà così Lidia Beccaria Rolfi, prigioniera n. 44140, oppositrice del fascismo, in un’intervista rilasciata nel 1965 alla regista Liliana Cavani per il celebre documentario Rai intitolato La donna nella Resistenza. <<Alle stazioni dove ci radunavano, i bambini accorrevano per sputarci addosso o darci calci alle caviglie […] Una volta arrivate, fummo radunate e costrette a spogliarci tutte nude, per la visita parassiti. Controllavano che non avessimo pidocchi, o piattole. Davanti alla baracca per la visita, una montagna di stracci e di scarpe.>>[3]

L’azzeramento di ogni condizione umana

In quest’inferno, le ragazze più giovani, fra i 16 e i 20 anni, si aggrappano alle madri o alle donne più grandi, unica forma di appiglio per la sopravvivenza, soprattutto quando le adolescenti vedono sparire il ciclo mestruale, a causa degli esperimenti medici effettuati sui loro corpi, o quando i capelli cominciano a cadere. Uno scempio al quale si assiste con rassegnazione, mentre i giorni passano lenti in attesa della morte.

Il campo non è soltanto un moderno e sofisticato luogo di detenzione fisica e di isolamento dal mondo esterno, ma l’inizio dell’azzeramento di ogni condizione umana, dove si perde il rispetto per la decenza e il pudore. Nelle memorie delle donne, questa dimensione rimane ben fissa anche a distanza di molto tempo da quegli avvenimenti traumatici, come dimostra la testimonianza di Rosmunda C., una ragazza catturata a Firenze nel marzo 1944 per antifascismo. Appena arrivata al campo insieme con altre ragazze, viene subito mandata in infermeria per la visita medica di controllo. Ed è a questo punto che i ricordi si caricano di livore e astio. <<Ci ordinarono di spogliarci nude e ci dettero dei camiciotti a righe sul grigio, poi una alla volta fummo sottoposte alla visita ostetrica.>> Quel giorno Rosmunda e le altre ragazze sono costrette a perdere la verginità. Un atto di immotivata crudeltà che fa scoprire alle detenute di essere scese, di colpo, all’ultimo stadio della categoria umana. La mattina dopo, ancora sotto shock per il trattamento ricevuto in infermeria, vengono sottoposte a una nuova tortura, perché per lavarsi bisogna uscire dalla baracca <<a rompere il ghiaccio con dei sassi, dentro le fontane>>[4].

Vivere la prigionia significa affrontare anche forme di sofferenza più sottili, di natura psicologica, attuate volutamente per degradare l’essere umano agli istinti più bassi, in un tragico bollettino di supplizi quotidiani: alla promiscuità nelle baracche, alla sporcizia, all’assenza di acqua e cibo, si aggiungo gli incidenti sul lavoro e la violenza di restare chiuse, con le porte sigillate, all’interno dei capannoni di fabbrica, che vengono periodicamente bombardati dall’aviazione angloamericana. Le “lavoratrici coatte”, come vengono definite le deportate nei lager, in caso di incursioni nemiche, non dispongono di ricoveri antiaerei, come invece le maestranze operaie. È ancora Rosmunda a raccontare come tutte le mattine, prima di andare a lavorare, i tedeschi mostrassero alle prigioniere <<la fossa comune con i corpi che ancora respiravano e si muovevano […] dicendoci che se non si faceva il nostro dovere o si tentava la fuga, quella era la nostra fine>>[5].

Chi torna da questo inferno, ha il dovere di non dimenticare, soprattutto quando gli occhi hanno assistito alla morte di bambini appena venuti al mondo. Le donne arrivate a Ravensbrück in stato di gravidanza vengono in un primo momento costrette ad abortire, anche se questo significa morire e per i tedeschi perdere braccia da lavoro; in seguito la procedura all’interno del campo cambia e il personale medico decide di non rischiare la vita delle “schiave di Hitler” permettendo loro di portare a termine la gravidanza. Ma dovranno essere proprio le donne a sopprimere i figli appena nati, soffocandoli o annegandoli in una tinozza d’acqua. Anna Cherchi Ferrari, deportata a Ravensbrück dopo un periodo di detenzione alle Nuove di Torino, per attività antifascista (diede rifugio a renitenti alla leva e soldati sbandati, per poi unirsi col fratello alle bande partigiane autonome nelle Langhe) ricorda, nel corso di un’intervista rilasciata nel 1994, l’orrore che i suoi occhi avevano visto. Una ragazza ungherese aveva partorito un bambino di quattro kg il giorno di Natale. <<Lo lasciarono morire al freddo, in una scatola all’aperto.>>[6]

Un luogo della memoria

Oggi Ravensbrück è un luogo della memoria. Chi si avventura fra le baracche dormitorio, rimaste intatte, e percorre i locali del Memoriale di Ravensbrück, fra gli ex capannoni della zona industriale della ditta Siemens, si ritrova alla fine del viaggio su una piccola striscia di terra fra le sponde del lago Schwedt, dove furono gettate le ceneri delle prigioniere finite nei forni crematori. Uno splendido lago, da cui si potevano intravedere le barche degli abitanti del villaggio, all’epoca perfettamente consapevoli dell’orrore che si consumava vicino alla loro casa.

Pochi luoghi della storia conservano la potenza visiva ed emotiva del lager di Ravensbrück. Sulle acque di quel lago si riflette l’immagine di una statua divenuta il simbolo del campo: Tragende (La portatrice), una donna che porta fra le braccia un’altra donna senza forze, morente. Due donne ritratte nel momento di massima fragilità, che recano ancora oggi un forte messaggio: un lager non si visita, lo si incontra per conoscerlo, per incontrare e conoscere, nel silenzio, anche se stessi.

Note

[1] M. Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane vittime di stupro, “amanti del nemico” 1940-45, Einaudi, Torino 2021, p. 175.

[2] Lidia Beccaria Rolfi, in Ravensbruck, il lager delle donne, ANED, p. 39.

[3] Lidia Beccaria Rolfi, La vita e la morte nel lager, Rai Teche.

[4] M. Ponzani, Guerra alle donne, cit., p. 177.

[5] Ivi.

[6] La testimonianza di Anna Cherchi Ferrari è riportata in A. Gasco (a cura di) La guerra alla guerra, p. 153.

Referenze iconografiche: Libro della memoria, Memoriale di Ravensbrück -
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Michela Ponzani

È professore a contratto di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Roma "Tor Vergata". È conduttrice e autrice per Rai Cultura di "Storie contemporanee. La ricerca storica in Italia". Tra le sue opere: Figli del nemico. Le relazioni d'amore in tempo di guerra 1943-48 (2015); con Massimiliano Griner, Donne di Roma. La lunga strada dell'emancipazione femminile nella città eterna (2017); Guerra alle donne. Partigiane vittime di stupro, “amanti del nemico” 1940-45 (2021); Processo alla Resistenza. L'eredità della guerra partigiana nella Repubblica 1945-2022 (2023).