Giochiamo a fare i filosofi

Il MOF e la meraviglia come metodo

Articolo_Gianluca_Valle

L’articolo approfondisce il ruolo della meraviglia come origine del pensiero filosofico e presenta la Philosophy for Children (P4C) come metodologia capace di coltivarla sin dalla scuola primaria. Attraverso l’esperienza del Liceo Caetani di Roma, che da quattro anni coinvolge una classe dell’indirizzo Scienze Umane in attività di laboratorio filosofico con i bambini della scuola primaria “E. Pistelli”, si mostra come il dialogo guidato e la comunità di ricerca favoriscano competenze collaborative, argomentative e riflessive. Integrato con i principi del Modello Organizzativo Finlandese, il progetto “Filosofia in gioco” si rivela una pratica educativa efficace e replicabile, capace di promuovere pensiero critico, ascolto e cittadinanza attiva.

I bambini a scuola di meraviglia

Epicuro, nella lettera a Meneceo, scriveva: “né il giovane indugi a filosofare, né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è troppo giovani o troppo vecchi per la salute dell’anima. Chi dice che non è ancora giunta l’ora di filosofare, e che l’età è già passata, è simile a chi dice che per la felicità non è ancora giunta o che è passata l’età”. Quello che è certo, però, è che non si può fare filosofia nello stesso modo con bambini di 3 anni, di 8 o addirittura con ragazzi di 12 o 17 anni.

Che cosa può significare, allora, fare filosofia coi bambini? Si tratta di praticare assieme a loro l’atteggiamento filosofico, e cioè di mettersi nelle condizioni di provare meraviglia rispetto a esperienze, vissuti, azioni, modi di essere e di pensare per noi comuni.

Del resto, la filosofia – come diceva Aristotele, e non solo lui… – nasce proprio dalla meraviglia. Nella meraviglia filosoficamente intesa non abbiamo a che fare semplicemente con l’ammirazione attonita per qualcosa di bello, di armonioso, ma con l’inquietudine, il disorientamento del non sapere, cui cerchiamo di porre rimedio sapendo di più, ovvero accrescendo le nostre conoscenze. Si prova meraviglia di fronte a qualcosa di nuovo o di diverso da come ce lo aspettavamo: è il non-ovvio a scatenare una nostra reazione, prima ancora che ne siamo consapevoli. Per questo, secondo Cartesio, la meraviglia è la prima di tutte le passioni, giacché essa è al di là del sì (amore) e del no (odio), del “mi piace” (gioia) o del “non mi piace” (tristezza), del volere o del non volere (desiderio). Ciò che mi sorprende posso poi desiderarlo o rifiutarlo con tutte le mie forze, così come posso rallegrarmene o sopportarlo penosamente. Ma la meraviglia sopravviene prima di tutto questo ed equivale a una pausa, un contraccolpo, un’interruzione della successione ordinaria degli istanti, dopo la quale il tempo torna a scorrere come prima.

Se, da una parte, un’esistenza priva di meraviglia è grigia e monotona, dall’altra, meravigliarci continuamente sarebbe per noi del tutto insostenibile. Se tutto ci meravigliasse, vorrebbe dire che la meraviglia è diventata ordinaria, abituale, ovvero un altro modo per dire ovvietà. La meraviglia richiede, dunque, una particolare forma di attenzione, di mobilità d’animo: se ne siamo privi, tutto ci sembra uguale; se ne proviamo troppa, reagiamo con l’indifferenza all’eccesso di stimoli. Per questo, con la sua proverbiale cautela, Cartesio ci raccomanda di non meravigliarci né troppo né troppo poco. Il deficit di meraviglia è l’ignoranza; l’eccesso di meraviglia è lo stupore (la paralisi, il restare attoniti), l’abitudine a non reagire più di fronte a niente o a trattare le cose ignote come se fossero note.

La Philosophy for Children al Liceo

Da quattro anni, il Liceo Caetani di Roma coinvolge una quinta classe dell’indirizzo Scienze Umane in una Formazione Scuola Lavoro (ex-PCTO) con bambini di terza, quarta o quinta della Scuola Primaria “E. Pistelli”. I due Istituti fisicamente vicini, nello storico quartiere Prati, lo sono diventati ancora di più, raccogliendo la sfida non facile di mettere gli studenti più grandi al servizio dei più piccoli, non come semplici tutor, ma come facilitatori di pensiero, costruttori di domande, compagni di un percorso di ricerca che riguarda tutti.

La convinzione di fondo che ancora oggi anima questa esperienza, oramai consolidata sotto il profilo pedagogico, è che l’anticipo della pratica filosofica alle prime fasi dell’età evolutiva – come evidenziano le numerose esperienze internazionali – sia assai fruttuoso per tutti i soggetti coinvolti. Come si è visto, la meraviglia ha a che fare con il thaumathein, che corrisponde al bisogno di trovare il perché delle cose, le cause di ciò che esiste. Rimanere nello stupore, però, senza accrescere la nostra conoscenza, è poco proficuo. I filosofi non si fanno interrogativi su qualunque cosa per il gusto di domandare, ma perché si sforzano di trovare delle risposte, certo non definitive, ma almeno soddisfacenti, salde e ben argomentate. In altri termini, occorre dare ragioni del perché le cose stanno così e non altrimenti (principio di ragion sufficiente). La nozione di meraviglia come thaumathein si intreccia naturalmente con la metodologia della Philosophy for Children (P4C), nata tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento negli Stati Uniti, per iniziativa del filosofo Mathew Lipman, docente di Logica al Montclair State College in New Jersey e autore – nel 1969 – del celebre volume Harry Stottelmeir’s Discovery (tradotto in italiano nel 2004 col titolo Il prisma dei perché). Ispirati dalla proposta di Lipman, di cui si ricalcano gli aspetti essenziali e i vantaggi operativi, senza per questo correggerne i limiti storici e teorici, gli studenti liceali prendono parte a una formazione intensiva sulla didattica filosofica per poi condurre, in autonomia, alcuni incontri nelle classi della scuola primaria.

L’approfondimento teorico delle metodologie di insegnamento della filosofia ai bambini (e non solo), oltreché delle competenze filosofiche da implementare tramite le azioni didattiche a loro rivolte, ha come quadro di riferimento la Nuova Raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 22 maggio 2018. Partendo da una riflessione ampia sulla nozione di competenza, gli studenti sono invitati ad esprimere un set di capacità e di buone pratiche da impiegare nei contesti (formali e non formali) dell’apprendimento. La classe, sotto la supervisione del formatore, lo scrivente docente di filosofia, si trasforma in una vera e propria comunità di ricerca con l’obiettivo di delineare i momenti e le fasi dell’intervento da proporre ai bambini, finalizzato a: 1) integrare l’apprendimento individuale con l’apprendimento collaborativo; 2) creare un setting in cui realizzare un dialogo razionale; 3) acquisire le pratiche riflessive e deliberative proprie delle competenze civiche e sociali.

Ogni incontro con i bambini ha la durata di due ore; gli incontri hanno luogo consecutivamente nell’arco di tre settimane (due giorni per settimana), inserendosi nella loro regolare attività scolastica. Nel laboratorio filosofico, condotto da due-tre studenti liceali alla volta, i bambini scoprono che la meraviglia non è solo qualcosa che “accade”, ma una disposizione che si può coltivare: un’attenzione al non ovvio, a ciò che sorprende, inquieta, o semplicemente chiede un perché. In questo senso, l’educazione filosofica con i bambini — insieme ai liceali che imparano ad orientarla — è un esercizio continuo di epoché (sospensione del giudizio) e di cura dello sguardo.

Il cuore operativo della FSL consiste nella costruzione partecipata di un modulo formativo sul tema del “bene”, articolato in una serie di incontri progressivi, interamente gestiti dai nostri studenti. Dopo una prima fase dedicata all’introduzione alla filosofia e al mito della caverna, essi guidano i bambini nella scoperta del significato di una delle domande etiche fondamentali: che cos’è il bene? Il modulo alterna momenti di confronto dialogico, letture condivise, analisi di aforismi, dilemmi morali, esperimenti mentali e attività creative. Con i bambini, gli studenti liceali lavorano sulle definizioni, sulla distinzione tra intenzioni e conseguenze, sulla virtù (Socrate e Aristotele), sul dovere (Kant) e infine sull’utile (Bentham). L’obiettivo non è quello di “insegnare” delle teorie, ma di far emergere le loro intuizioni, per collaudarle, ampliarle attraverso esempi concreti, divenendo consapevoli che il pensiero morale non è un insieme di regole, ma un campo di esplorazione condivisa.

Gli incontri si arricchiscono con momenti di produzione attiva di materiali da parte dei bambini (domande scritte, disegni, poesie, cartelloni). Le loro produzioni rappresentano il materiale di partenza per gli incontri successivi. La lezione frontale serve solo ad introdurre le tematiche e a facilitare il debate. Da questa cursoria descrizione del lavoro in aula, emerge come la figura del docente sia assimilabile a quella del “facilitatore” o del “negoziatore concettuale”: deve promuovere il dialogo tra i bambini, motivandoli a raggiungere un maggiore grado di chiarezza. Ogni alunno è aiutato a elaborare il proprio ragionamento e a raggiungere insieme agli altri un esito condiviso, seppure parziale. 

Il MOF al Liceo Caetani

La FSL “La filosofia in gioco coi bambini della Pistelli” permette agli studenti del quinto anno di acquisire familiarità con gli strumenti della comunità di ricerca: il dialogo regolato, la costruzione condivisa di significati, la capacità di facilitare, non dirigere, il pensiero dei bambini. I divieti della P4C — non imporre un percorso rigido, attenuare la frontalità, non monopolizzare la discussione — rappresentano al tempo stesso un vincolo e una risorsa: collocano gli studenti in una postura pedagogica dove l’autorità non risiede nel sapere di più, ma nel fare spazio al pensiero dell’altro.

È proprio in questo passaggio — dalla lezione al dialogo, dall’insegnamento alla facilitazione — che il progetto si salda in modo genuino con i capisaldi del Modello Organizzativo Finlandese. La forza del percorso consiste nel modo in cui i liceali imparano a condurre il laboratorio, secondo i principi della comunicazione ideale: i dibattiti hanno lo scopo di favorire l’ascolto reciproco, la possibilità di cambiare idea, la sospensione dell’immediatezza, l’apertura alla pluralità dei punti di vista. Con una chiave si apre una serratura e basta, ma sono poche le serrature che resistono a chi ha in mano tante chiavi diverse.

Sia durante la preparazione interna (tra il docente formatore e i suoi studenti) sia durante l’attività nella scuola primaria (tra i liceali-facilitatori e i bambini) diviene possibile condividere in modo concreto gli attrezzi del lavoro filosofico: dall’accordo meta-negoziale sulle regole che consentono di trovare un accordo (correttezza, verità, veridicità, comprensibilità) alla creazione di una situazione discorsiva ideale, basata sull’uguaglianza e sulla pariteticità dei dialoganti; dall’analisi concettuale (che serve a delineare i confini di applicabilità di una parola o di un concetto) al tracciare distinzioni (per disambiguare termini che sembrano parenti stretti ma non lo sono); dal ricorso ad esempi o controesempi all’utilizzo di esperimenti mentali, risorsa davvero formidabile in filosofia, che consente di dare forma alle nostre intuizioni tramite il racconto di situazioni fittizie per poi metterle alla prova.

In piena sintonia con i pilastri pedagogici del MOF, gli studenti liceali lavorano in piccoli gruppi, assumendosi responsabilità organizzative, progettuali e relazionali, in un clima di collaborazione autentica. Da parte sua, la scuola primaria accoglie questi interventi come parte della propria programmazione, valorizzando il contatto con un mondo giovanile capace di portare energia, linguaggi nuovi e un modello di apprendimento cooperativo. La logica finlandese del “fare per capire”, dell’autonomia accompagnata, della costruzione di routine cognitive condivise si è rivelata perfettamente compatibile con la rimodulazione della P4C attuata dal Liceo Caetani: per entrambe la conoscenza scaturisce dalla partecipazione attiva, in un ambiente che favorisce la riflessione lenta, non competitiva, inclusiva.

Su questo particolare aspetto, il riferimento a Lévinas è prezioso per far comprendere agli studenti che la relazione educativa è sempre un incontro etico, prima ancora che cognitivo. L’incontro tra due persone è sempre un incontro tra volti, tra due modi di offrirsi e di presentarsi allo sguardo dell’Altro. Nel volto dell’altro non troviamo qualcosa che possiamo ricondurre pienamente a noi stessi, c’è sempre dell’Altro, una cifra di mistero, di trascendenza. L’esperienza del volto dell’Altro – che Lévinas chiama “traccia di infinito” – è sempre sconvolgente, affascinante, innovativa. Il volto dell’Altro mi rende responsabile, mi chiama alla mia responsabilità verso di lui.

Il risultato complessivo, dopo quattro anni di sperimentazione e di continuo aggiustamento, si rivela doppiamente appagante: da un lato, i bambini possono vivere un’esperienza filosofica autentica, scoprendo che pensare non significa trovare subito risposte, ma imparare a porsi domande giuste; dall’altro, i liceali sperimentano un modello di professionalità educativa basato sull’ascolto, sulla progettualità e sulla capacità di lavorare in team, esercitando competenze trasversali. Il progetto mostra in modo chiaro che la filosofia può diventare un laboratorio di meraviglia, argomentazione e cittadinanza, e che la scuola, quando si apre alla collaborazione tra ordini diversi, riesce a creare spazi di apprendimento vivi, inclusivi e generativi. “Filosofia in gioco” è dunque non solo una FSL particolarmente riuscita e proattiva, ma un modello replicabile di buona pratica. 

Scarica le schede progettuali

Qui di seguito sono disponibili le schede progettuali, a cura del Prof. Gianluca Valle, per l'attuazione del laboratorio che mette in pratica la Philosophy for Children.

 

 

 

 

Referenze iconografiche: ©PeopleImages/Shutterstock

Gianluca Valle

Docente di Filosofia e Pedagogia presso il Liceo Caetani di Roma, indirizzo Scienze Umane.