«San Francesco è la nostra aspirazione – contraddetta mille volte nella vita, nella storia – al bene. San Francesco è la parte migliore di noi. Come esseri umani, e come italiani».
È questa l’idea portante che ispira e guida il bel saggio su Francesco d’Assisi pubblicato dal giornalista e saggista Aldo Cazzullo alla vigilia del 2026, l’anno in cui si celebra l’ottavo centenario della morte di Francesco (3-4 ottobre 1226). Si tratta di un’opera divulgativa che non parla agli specialisti ma a un ampio pubblico, ricca di notizie sulla vita e sulla personalità di Francesco e illuminata da una intensa ammirazione dell’autore per un uomo al tempo stesso umile e straordinario, capace con il suo esempio di giungere a noi con una proposta ancora molto attuale.
L’idea principale del saggio è che Francesco abbia rappresentato un’idea di umanità capace di migliorare le persone, di affascinarle con una proposta di esistenza scandalosamente opposta a quella basata sul potere e sul denaro. Questa fascinazione ha agito non soltanto sulle persone del Medioevo, di ogni classe sociale, ma anche su tanti italiani e italiane vissuti nelle epoche successive e protagonisti di grandi imprese: nell’arte, nella letteratura, nella musica, nella esplorazione, nella scienza. Insomma, afferma l’autore, sono cambiati profondamente i tempi, ma il messaggio di Francesco brilla ancora.
Nel saggio, letto e controllato da importanti studiosi della vita del santo e custodi della sua memoria, sono riportate moltissime notizie su Francesco: alcune ormai consolidate nell’interpretazione della sua vicenda spirituale e umana, altre meno note. Tutte contribuiscono a delineare il profilo di un uomo al tempo stesso irriducibile e mansueto, carismatico proprio per la forza e la dolcezza della sua personalità. Francesco respingeva ogni moderazione, senza temere il giudizio altrui:
«C’era nella sua santità una vena di follia. E non soltanto perché parlava con le piante e con gli animali (e aveva una particolare venerazione per gli uccelli e per gli agnellini). Ma perché rifiutava i vestiti, il cibo, una cavalcatura, un letto».
Nel corso del tempo i pontefici (e una parte degli stessi francescani) hanno cercato di attenuare lo scandalo della sua figura, di allontanarlo dagli altri esseri umani dipingendolo come un esempio di santità irraggiungibile, e ne hanno riscritto la biografia, distruggendo le testimonianze dei compagni che lo avevano conosciuto. Ma alcuni di quei testi sono tornati alla luce e Francesco ne emerge non soltanto come una «creatura ilare e giocosa che predicava agli uccellini», ma come un uomo ispirato da una volontà inflessibile:
«Sapeva essere duro. Deciso. Severo. Era animato da un temperamento ribelle. Si accendeva facilmente. Talvolta si arrabbiava, senza perdere la sua dolcezza, la sua umiltà. Una cosa Francesco non fu mai: accomodante».
Nonostante la sua determinazione, Francesco non si definisce contro qualcosa o qualcuno, non si schiera contro la Chiesa, anzi ne cerca (e infine ne ottiene) l’approvazione. Non vuole essere né sacerdote né monaco, rifiuta tutte le gerarchie e raccoglie intorno a sé una comunità di persone – di laici – che hanno intenzione di «vivere secondo il Vangelo, come Gesù». Per loro inventa il nome di “frati” e propone che conducano una vita riducendo al minimo i loro bisogni.
I frati non possiedono nulla, soprattutto rifiutano il denaro. Vivono predicando alla gente il messaggio di Cristo, e lo fanno imparando a memoria il Vangelo, perché non devono possedere nemmeno i libri. Lavorano con le loro mani, insieme con i contadini e gli artigiani (non possono però essere né mercanti né macellai) e si prendono cura degli ultimi, come i poveri, i bambini, i lebbrosi, che al tempo erano gli ultimi tra gli ultimi. Francesco è un grande restauratore di piccole chiese abbandonate, come la Porziuncola di Assisi: le ripara, le risana, vi si rifugia a pregare.
È ispirato da un’idea di radicale uguaglianza, e anche il rifiuto dei libri si può spiegare come rinuncia a quella forma di privilegio e di orgoglio intellettuale che la cultura garantisce a chi la possiede. Il principio fondamentale a cui raccomanda di attenersi è la sottomissione volontaria, il farsi “minori” (il nome che Francesco aveva scelto per i suoi frati), non sentirsi mai al di sopra di nessuno.
La scelta della umiltà e della povertà non si accompagna però alla cupezza, al disprezzo per le cose materiali e alla denigrazione del corpo: al contrario Francesco contagia gli altri con il suo buonumore, il suo entusiasmo, persino il piacere che si può ricavare da certi cibi quando qualcuno li offre in dono (sembra gli piacessero molto i “mostaccioli”, dolci casalinghi con mandorle e miele, e il pasticcio di gamberi di fiume). I frati vivono scomodamente in capanne precarie, spesso affamati e infreddoliti, ma amano recitare in particolare il salmo 133: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!».
L’idea di uguaglianza di Francesco non prevede eccezioni e coinvolge anche le donne. Egli – che aveva conosciuto il tenero amore materno proprio durante il duro conflitto con il padre – ama pensare a sé stesso come a una madre che offre ai figli cura e amore disinteressati. A un discepolo scrive:
«Se ti è necessaria tua madre per avere qualche altro conforto e vuoi ritornare da me, vieni pure!».
Nel marzo 1212 non esita ad accogliere nella sua comunità una ragazza nobile di Assisi in fuga dalla propria famiglia: Chiara di Favarone degli Offreducci viene ospitata inizialmente nella Porziuncola, poi in un monastero benedettino poco distante, dove viene raggiunta dalle sorelle Agnese e Beatrice e da numerose altre. Chiara e le sue compagne indossano il saio, vivono come i frati, lavorano, chiedono l’elemosina, si occupano dei malati: la loro è una scelta di fede, ma anche di libertà dall’oppressione sociale a cui le donne sono soggette comunque, anche quando appartengono a famiglie privilegiate. Francesco accetta dunque che una donna, con altre donne, possa vivere come i frati, ma sette anni dopo è la Chiesa a intervenire per imporre a Chiara e alle sue consorelle (le clarisse) di vivere in clausura, separate sia dai frati sia dai cittadini. Cazzullo commenta:
«Resta il fatto che Francesco accolse Chiara con pari dignità; che sempre lei fu considerata dai frati come una di loro; che le donne fin dall’inizio fanno parte del disegno di Francesco e del suo movimento spirituale».
Francesco è anche colui che durante l’assedio dei crociati, nel 1219, ha il coraggio di andare a predicare davanti al sultano d’Egitto, proponendosi come mediatore tra le parti. In mezzo agli eserciti schierati soffre moltissimo: cerca di dissuadere i crociati dall’attaccare, parla con il sultano, che lo ascolta, riceve da lui in dono un corno «tuttora custodito ad Assisi e suonato in onore dei visitatori musulmani».
Ovviamente non riesce a fermare le crociate, ma il suo sforzo testimonia la possibilità di un incontro, «né remissivo, né aggressivo», tra civiltà e fedi diverse. Al ritorno, già ammalato, Francesco rinuncia alla guida della comunità e nomina al suo posto frate Elia, a cui desidera sottomettersi e obbedire:
«voglio essere considerato da tutti come l’ultimo della religione».
Francesco ama la festa del Natale e in particolare la figura di Gesù bambino. Gli viene perciò in mente di fare rivivere la scena della Natività:
«Io voglio ricordare il Bambino nato a Betlemme, e vedere con i miei occhi mortali le difficoltà della sua infanzia povera, come egli fu posto in una mangiatoia, e come venne adagiato sul fieno tra il bue e l’asino…».
Nella notte del 24 dicembre 1224 organizza nel borgo roccioso di Greccio, nei pressi di Rieti, la rappresentazione del presepe vivente; accorre molta gente dalle campagne e Francesco legge il Vangelo e celebra la messa. Commenta Cazzullo:
«Non è più necessario fare la guerra per riconquistare Gerusalemme e Betlemme, il Santo sepolcro e la basilica della Natività; Gesù nasce ovunque e per tutti. […] Da quella notte, la tradizione del presepe – sia quello fatto di statuette, con il muschio, la cartapesta, le casette, i personaggi, sia il presepe vivente – è una componente indissolubile della fede popolare».
Poco prima di morire, già molto ammalato e impossibilitato a predicare, Francesco compone in lingua volgare il Cantico di frate Sole, che i suoi frati avrebbero potuto cantare al suo posto nelle piazze e nelle strade per celebrare la bellezza di ogni cosa creata. In quei versi egli ricostruisce la creazione, chiama “fratelli” e “sorelle” gli elementi della natura e gli animali, esorta le persone a perdonare e a sopportare le malattie, si spinge a chiamare “sorella” la morte del corpo.
Compone anche la musica, e quando ha bisogno di alleviare le sue sofferenze chiede ai frati di cantare per lui. Infine si fa portare alla Porziuncola, dove muore tra il 3 e il 4 ottobre 1226, a quarantaquattro anni.
Gli ultimi capitoli del volume si soffermano sull’eredità di Francesco e sulle molte ragioni per cui può essere considerato «il primo italiano».
Tra le altre, il fatto che nel mondo ci siano oggi quarantaseimila francescani, tra frati e suore, e che ogni anno cinque milioni di persone visitino ad Assisi la tomba di Francesco, dove nulla è in vendita:
«non ci sono guarigioni miracolose da chiedere. Non c’è nulla da comprare. Non ci sono mercatini o negozi. Dentro le mura del convento non c’è neanche un bar. Per vedere gli affreschi non si pagano biglietti».
Insomma si viene qui per ammirazione spirituale, per cambiare vita, per chiedere perdono.
Francesco è il primo italiano, secondo l’autore, perché il nostro Paese, benché abbia atteso più di sei secoli per diventare uno Stato, «nel tempo è diventato una patria in senso culturale, artistico, spirituale anche grazie a lui».
Moltissimi sono stati nei secoli i “terziari” francescani, ossia coloro che pur non facendo parte del primo ordine (i frati), né del secondo (le clarisse), hanno scelto di vivere una vita fondata sull’insegnamento di Francesco. Tra questi Dante, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Manzoni, Giotto, Raffaello, scienziati come Galvani, Volta, Marconi, politici come Robert Schuman e Alcide De Gasperi, che firmarono il trattato fondativo dell’Europa, e molti altri personaggi illustri (forse anche Giovanna d’Arco), fino a papa Bergoglio che francescano non era (era gesuita) ma che decise di chiamarsi Francesco per valorizzare l’idea di uguaglianza e povertà.
La devozione del popolo italiano per Francesco d’Assisi è testimoniata inoltre dalla diffusione del suo nome tra i nuovi nati, sia al maschile sia al femminile, e persino dalla buffa tradizione del “cappuccino”. Riferisce Cazzullo che fu un francescano cappuccino (il gruppo di frati più fedeli alla povertà originaria del fondatore) a inventare il nome della celebre bevanda: frate Marco d’Aviano si trovava a Vienna nel 1683, durante l’assedio dei turchi, e osservò che il caffè bevuto dal nemico, versato nel latte, «assumeva lo stesso colore del suo saio. E fu cappuccino per sempre».
Un altro aneddoto citato nelle ultime pagine del saggio è la scena della spoliazione di Francesco replicata nel 2020 sul palco di Sanremo dall’artista Achille Lauro. Così commenta Cazzullo:
«Un omaggio? O una parodia blasfema? Tutto ovviamente può essere criticato. Ma anche una performance tra la musica e il teatro è la conferma di come i gesti dirompenti di Francesco siano vivi e facciano a discutere a otto secoli di distanza».
La conclusione del libro è una sintesi colma di ammirazione:
«Che è un uomo simile sia nato, vissuto e morto nel nostro Paese, abbia scritto la prima poesia nella nostra lingua, abbia inventato il presepe, abbia accolto le donne trattandole da pari a pari, abbia insegnato il rispetto per i bambini, abbia rifiutato ogni violenza e ogni prepotenza, abbia preparato la strada a Giotto, a Dante, al Rinascimento, abbia ispirato religiosi, esploratori, scienziati, scrittori di ogni epoca e di ogni Paese, dovrebbe renderci, se non migliori, almeno più consapevoli di noi stessi e della responsabilità, oltre che della fortuna, di essere suoi compatrioti. Italiani come lui».
Aldo Cazzullo, Francesco. Il primo italiano, Harper Collins, Milano 2025
Referenze iconografiche: Wikimedia Commons