Latino per l’Educazione Linguistica
Un’officina di parole e di storie
L’introduzione della disciplina Latino per l’educazione linguistica è una delle novità più discusse delle Nuove Indicazioni Nazionali per il primo ciclo d’istruzione, in vigore a partire dall’anno scolastico 2026/2027. L’intenzione della commissione che ha elaborato il documento (coordinata per il latino dal professor Andrea Balbo) sembra collocarsi a metà strada fra la volontà di un ritorno all’ordine mentale (la lingua dei Romani «abitua alla logica e al ragionamento», NIN, pag. 42) e alla sistematicità degli apprendimenti, e la proposta di uno studio centrato sulla semantica e sul confronto interlinguistico e interculturale, sostenuta dalla convinzione che accostarsi precocemente al patrimonio linguistico del mondo classico costituisca per tutti i ragazzi e le ragazze una preziosa opportunità di crescita. In questo articolo si cercherà di chiarire prima di tutto quale sia l’oggetto della nuova disciplina, di evidenziare i vantaggi attesi dall’insegnamento del latino e di suggerire qualche idea per orientare nel concreto l’attività didattica, in un’officina di parole e di storie.
Il latino nelle Nuove Indicazioni Nazionali
Sappiamo bene che la questione dell’insegnamento del latino nella scuola dell’obbligo ha generato un aspro dibattito fin dagli anni Sessanta. Ora le Nuove Indicazioni Nazionali prospettano la reintroduzione del latino a partire dal secondo anno della Scuola secondaria di primo grado, in modo opzionale per gli studenti, ma curricolare per le scuole, attraverso la disciplina denominata Latino per l’educazione linguistica (da qui in avanti LEL): nello specifico, la Nota ministeriale pubblicata il 12 marzo 2026 chiarisce che l’insegnamento del LEL sarà avviato a partire dalle classi seconde e terze funzionanti nell’anno scolastico 2026/2027; dunque, le istituzioni scolastiche sono tenute fin d’ora a inserire questa disciplina nel PTOF, a presentare alle famiglie degli alunni l’opportunità di avvalersi del nuovo insegnamento (che si suggerisce essere di almeno un’ora settimanale), a definirne le modalità organizzative e la progettualità, utilizzando gli spazi di autonomia, flessibilità e ampliamento dell’offerta formativa.
Il ritorno del latino non è previsto dalle NIN in chiave propedeutica, ma è marcato da un peso specifico peculiare: non si tratterà più (o non soltanto) di gettare le basi per apprendimenti futuri, bensì di potenziare le competenze comunicative degli studenti e delle studentesse e di offrire una chiave di accesso al patrimonio culturale che ci è stato tramandato attraverso la lingua dei Romani.
Le NIN aprono la sezione riservata al latino con una introduzione dedicata alle finalità generali (Perché si studia latino?, pag. 42): in apertura il documento prende le mosse dall’esigenza di valorizzare la lingua e la cultura italiana anche in una prospettiva storica, collegando «il mondo che si è espresso in latino con l’esperienza degli studenti e con la realtà contemporanea, instaurando una virtuosa dinamica di acquisizione del passato, comprensione del presente e confronto con le sue istanze, preparazione per il futuro».
La civiltà che si è espressa in latino ha alimentato l’immaginario europeo e globale: riguadagnare le parole e i meccanismi di funzionamento della lingua antica è visto come un’opportunità per meglio comprendere noi stessi e concetti e idee che innervano il nostro modo di interpretare la realtà. D’altra parte, la stessa nuova denominazione della disciplina dichiara che lo studio del latino dovrà essere concepito come via per potenziare la padronanza della lingua italiana sia nelle sue fondamenta grammaticali sia nel patrimonio lessicale. L’italiano, le altre lingue neolatine, ma anche quelle di derivazione differente, come l’inglese e il tedesco, dai loro inizi a oggi, continuano ad attingere al vasto serbatoio di parole del latino: accostare gli studenti e le studentesse alla storia di alcuni di questi termini, con particolare attenzione per quelle che rientrano nell’esperienza quotidiana, per i vocaboli che permettono di capire meglio la nostra Costituzione e per il lessico delle discipline STEM, secondo le Nuove Indicazioni dovrebbe contribuire a trasmettere la consapevolezza della «sostanziale unità della civiltà europea», che si è sviluppata attraverso esperienze storiche e culturali diverse, ma ha sempre mantenuto con il mondo antico un legame stretto: per tramandarlo e continuarlo, per reinterpretarlo, per prenderne le distanze.
Le finalità generali del LEL appaiono dunque altissime
Le «Competenze attese al termine della classe terza» (NIN, pag. 42) si articolano in tre macroaree delle quali si evidenziano di seguito gli elementi fondamentali:
- Educazione linguistica diacronica: comprendere l’origine latina di parole italiane appartenenti a registri linguistici e ambiti d’uso differenti; comprendere gli elementi di persistenza e variazione del lessico latino nei temi di “cittadinanza”.
- Consapevolezza della centralità del latino nella tradizione culturale italiana: comprendere la funzione del latino nella produzione di testi letterari, giuridici, storici, nel patrimonio artistico, archeologico, epigrafico, museale.
- Confronto interlinguistico e interdisciplinare: partire dal latino per stabilire confronti con le strutture di base di altre lingue flessive.
Gli «Obiettivi specifici di apprendimento» (NIN, pag. 43) riprendono le macroaree delle competenze, declinandole in modo puntuale: di nuovo si evidenzia l’opportunità di istituire confronti tra il latino, l’italiano e le altre lingue studiate, privilegiando l’aspetto semantico rispetto a quello morfologico e puntando all’acquisizione di una terminologia specifica sempre più precisa e consapevole in italiano.
Definito questo orizzonte, gli altri obiettivi specifici da proporre a studenti e studentesse sono: conoscere l’alfabeto latino, leggere le parole latine studiate, riconoscere i principali elementi di morfologia e sintassi, riconoscere l’origine latina di parole italiane ad alta frequenza, riconoscere il sistema dei casi e dei generi nella flessione nominale e le forme verbali più semplici, orientarsi nella sintassi della frase semplice, avvalendosi di esempi tratti dalla prima e dalla seconda declinazione, comprendere il senso globale di frasi e testi latini semplici (aforismi, proverbi, brevi narrazioni), riconoscere la funzione del latino nella redazione di documenti storici, letterari e giuridici e come lingua veicolare utilizzata per lo scambio intellettuale in Europa almeno fino all’Ottocento.
Si prescrive inoltre di promuovere l’uso di consapevole di strumenti come il vocabolario, anche in formato digitale, e di applicazioni informatiche per lo studio della lingua.
Infine, il paragrafo «Conoscenze» (NIN, pag. 43) elenca e riassume tutti i contenuti già nominati come oggetto delle «Competenze» e degli «Obiettivi specifici»: l’alfabeto latino e la pronuncia, i principali latinismi in italiano e in altre lingue, il sistema dei casi e dei generi, introduzione alla I e alla II declinazione e alle forme semplici della coniugazione; elementi della sintassi della frase latina, sempre allo scopo di far emergere l’analogia o il contrasto con l’italiano; aforismi, proverbi, formule epigrafiche semplici; termini latini presenti nei documenti studiati in italiano o in storia o nelle lingue straniere; elementi di uso del latino nelle diverse epoche storiche e per la redazione di documenti di varia natura.
Il latino per potenziare le competenze linguistiche e comunicative
Il Latino per l’educazione linguistica emerge dunque dalle NIN con i contorni di un oggetto culturale ibrido, tanto che la nuova disciplina, unica tra quelle del curricolo, è definita non soltanto per il suo valore intrinseco, ma in funzione di altro, e precisamente della “educazione linguistica” alla base di qualsiasi apprendimento.
Vediamo dunque per prima cosa quali potrebbero essere i benefici del latino per i preadolescenti nel potenziamento delle competenze linguistiche e comunicative nella lingua italiana.
È esperienza comune degli insegnanti la difficoltà nel costruire negli studenti e nelle studentesse della secondaria di primo grado una robusta competenza metalinguistica trasversale, fondata su acquisizioni sistematiche e durature, tanto che i docenti di italiano del primo biennio delle scuole superiori, anche nei percorsi liceali, sono costretti a dedicare alla grammatica italiana un nutrito pacchetto di lezioni, progettando percorsi che spesso vanno ben oltre quello che un tempo si profilava come un “veloce ripasso”: un corredo di conoscenze e abilità indispensabili non soltanto per proseguire con profitto l’insegnamento-apprendimento delle lingue diverse dall’italiano (comprese quelle classiche per chi le studierà), ma soprattutto per fornire a studenti e studentesse una chiave di decodifica efficace di testi letterari e non letterari di crescente complessità e uno strumento indispensabile per scrivere testi espositivi e argomentativi con precisione, coerenza logica e forza persuasiva.
Agli occhi dei ragazzi e delle ragazze che hanno oggi dodici o tredici anni la lingua italiana appare ancora per lo più come un organismo magmatico, utilizzato sia nell’orale sia nello scritto in forza di automatismi acquisiti progressivamente attraverso la pratica, ai quali l’aspetto normativo, appena oltre la soglia dell’ortografia e di qualche regola morfosintattica di base, si sovrappone come un orpello poco incisivo nel migliorare in profondità la competenza comunicativa. Questo vale a maggior ragione per gli alunni e le alunne per i quali l’italiano non è la lingua materna e per quelli con disturbi specifici dell’apprendimento, questi ultimi tendenzialmente dispensati dalla memorizzazione delle regole grammaticali e compensati nella valutazione delle produzioni scritte da interventi correttivi e giudizi che privilegiano il contenuto rispetto alla qualità formale dei testi.
Accostare precocemente gli studenti e le studentesse alle strutture grammaticali del latino dovrebbe dunque aiutarli a coltivare l’abitudine di osservare la lingua come meccanismo, di pensare la lingua mentre la utilizzano, non solo con un incremento della padronanza lessicale e della comprensione profonda dei testi in italiano, ma anche con una riduzione degli errori morfologici e sintattici.
Latino e italiano a confronto
La struttura flessiva del latino – un elemento di solito percepito come ostico dai principianti – lo rende estremamente sistematico. Nella lingua latina il legame tra forma e funzione è determinato in modo più rigido che in italiano: nella frase Lucius puellam amat, (“Lucio ama una ragazza”), la parola puellam (nome della prima declinazione in caso accusativo) può avere soltanto la funzione di oggetto, indipendentemente dalla posizione occupata nella frase (la costruzione Puellam Lucius amat mantiene infatti lo stesso significato).
In italiano, invece, la parola “ragazza” è morfologicamente identica sia che rappresenti il soggetto dell’azione sia che ne costituisca l’oggetto, sia che appaia preceduta da una preposizione: la perdita dei casi nella nostra lingua ha irrigidito il valore semantico dell’ordine delle parole e, nello stesso tempo, ha moltiplicato la funzione delle preposizioni, creando infinite sfumature d’uso e idiomatismi che rendono difficile, soprattutto a livello di rappresentazioni mentali, una mappatura grammaticale geometrica come quella possibile per il latino. Inoltre, nella produzione linguistica, l’apparente maggiore libertà dell’italiano rispetto al latino crea zone d’ombra che favoriscono errori tipici come gli anacoluti, l’uso improprio dei pronomi relativi, l’incertezza nelle reggenze preposizionali, i participi e i gerundi che creano paradossi logici e il collasso della frase.
Le NIN sembrano dunque muovere dall’intento di mettere le nostre classi di seconda e terza di fronte alla grammatica latina come a una grammatica della mente, che le abitui a porre ordine nel pensiero, prima ancora che nella comunicazione. Lo studente che scrive o pronuncia una frase come “Marco il suo compito è lodato”, volendo dire “Il compito di Marco è lodato” (errore grave, ma non insolito in italiano, soprattutto quando il pensiero si complica e le parole faticano a rispecchiarlo), posto di fronte alla frase latina corrispondente, Marci pensum laudatur, sarebbe costretto a una lettura analitica: dovrebbe individuare il soggetto nella parola pensum (qui in caso nominativo, “il compito”), alla quale si riferisce il predicato di forma passiva (laudatur, “è lodato”); dovrebbe riconoscere il complemento di specificazione nel genitivo Marci (“di Marco”). L’abitudine a orientarsi nella gabbia costituita dalle desinenze latine potrebbe migliorare l’attenzione ai dettagli morfosintattici anche in italiano.
Un racconto, una parola, tante storie
L’aspetto più interessante delle NIN consiste nella rilevanza attribuita alle parole e alle storie di Roma antica come strumento di comprensione di noi stessi e del presente, come sguardo aperto all’alterità, come ponte verso il futuro. Le Indicazioni ci sollecitano a creare un progetto didattico unitario e coerente per combinare la cultura materiale del mondo romano, i suoi miti, le leggende, le sue usanze, con la straordinaria architettura della sua lingua. Per questo scopo, i vocaboli costituiscono una lente privilegiata e ci aiutano sia ad avviare lo studio della morfologia e della sintassi, concentrando l’attenzione sui nuclei forti della frase, «nell’ottica della pulizia logica» (Maria Pace-Pieri, La didattica del latino. Perché e come studiare lingua e civiltà dei Romani, Carocci, Roma 2025), sia a mostrare come sono fatte le parole del latino, quali elementi le compongono e in che modo, quali significati convivono contemporaneamente e quali si sono modificati o perduti nei secoli, come tali parole sono entrate nell’italiano e nelle altre lingue.
Quali parole scegliere? Non solo quelle ad alta frequenza (per esempio verbi come ago, amo, clamo, dico, duco, facio, lego, voco...) e quelle ereditate dall’italiano con poche o nessuna trasformazione (per esempio nomi come amicitia/amicus/amica, natura, sapientia, terra, corpus, mare...), ma anche le radici molto prolifiche, le parole che i mutamenti fonetici hanno reso quasi irriconoscibili, i “falsi amici” e, soprattutto, le parole significative per aprire qualche finestra sul mondo dei Romani, per capire la loro mentalità e la loro postura di fronte al mondo.
Un progetto didattico attorno alla parola ludus
Proponiamo di seguito un esempio di progetto da sperimentare in classe, prendendo spunto da alcune possibilità offerte dalla parola ludus, a partire da un episodio narrato dal V libro dell’Eneide (vv. 104-604).
Referenze iconografiche: Kovalenko Yelyzaveta/Shutterstock