Lo "shtetl", un mondo scomparso
Conseguenza della Shoah
Una piazza del mercato, che alcuni giorni alla settimana si riempiva di merci, di persone, di carri, di animali. Una sinagoga, spesso più d’una, perché c’era chi era seguace di un rabbino e non di un altro, e perché c’erano sinagoghe frequentate dai notabili ebrei e altre preferite dai fedeli più umili. Un bagno rituale, dove gli ebrei andavano a immergersi per purificare corpi e oggetti domestici. Un cimitero. Stanze adibite a scuole, dalle quali uscivano le voci cantilenanti dei bambini che imparavano a leggere sotto la guida del rebbe, del maestro. Strade polverose o coperte di ghiaccio, o fangose. Una rete di associazioni – oggi le definiremmo di volontariato – che si occupavano di assistenza ai poveri e alle persone in difficoltà e aiutavano ad adempiere ai tanti obblighi religiosi, offrendo una rete di sicurezza e coesione a una collettività eterogenea (e spesso vivacemente litigiosa).
Un “mondo a parte”
Questo era lo shtetl, ovvero la tipica cittadina con una fortissima presenza ebraica nella quale alla vigilia della Shoah abitavano ancora milioni di ebrei dell’Europa orientale, nonostante la spinta economica all’urbanizzazione e il diffondersi di ideologie socialiste o sioniste, che vedevano lo shtetl come la culla dell’arretratezza e del pensiero bigotto. C’erano shtetl in Polonia, in Ucraina, in Bielorussia, in Lituania, in Ungheria, in Romania.
Era un “mondo a parte”, dove certo non mancavano i rapporti con la popolazione cristiana, sempre in qualche modo presente negli shtetl, ma dove si viveva una vita intensamente ebraica, dove la religione aveva comunque un peso importante, dove c’erano usanze vecchie di secoli, e dove si parlava una lingua, lo yiddish, che era nettamente diversa da quella parlata dai vicini cristiani: prendeva sì in prestito parole slave, ma le mescolava a parole ebraiche e aramaiche, e a una robusta dose di tedesco – e le scriveva utilizzando l’alfabeto ebraico. Era (ed è) una lingua colorita, elusiva, piena di modi di dire, una specie di gigantesco “lessico familiare”.
Per alcuni storici fu nello shtetl, realtà dell’Europa orientale, che quegli ebrei diventarono una nazione: sottomessi alle leggi spesso discriminatorie dei Paesi nei quali vivevano, ma con tribunali propri, una lingua propria, istituzioni solide. Una situazione molto diversa da quella degli altri ebrei della Diaspora, che erano sempre piccola minoranza, vivevano in mezzo alla popolazione cristiana, sparsi oppure in alcuni quartieri o strade delle città principali, e, come in Spagna, in Italia o in Francia, parlavano la stessa lingua dei vicini oppure un dialetto molto simile.
Lo shtetl come luogo letterario
Il mondo degli shtetl fu letteralmente spazzato via dalla Shoah: i sopravvissuti furono pochissimi, perché minori erano le possibilità di nascondersi rispetto a quelle che si potevano avere nelle grandi città. Sparirono intere comunità e soprattutto sparì anche e definitivamente quel modo di vivere. Tornare sarebbe stato impossibile, restavano soltanto il ricordo dei superstiti, qualche fotografia, i documenti, i romanzi, le canzoni, le poesie. Lo shtetl cessò di essere una realtà e divenne un luogo letterario, l’oggetto di studio degli storici: un oggetto interessantissimo per le sue vicende così particolari, per il suo essere transnazionale, per la grande e vivace produzione artistica cui diede origine.
Lo shtetl dei fratelli Singer
È ambientato in uno shtetl, un paesino del voivodato[1] di Lublino, in Polonia, “una città nascosta tra le colline in capo al mondo”, il romanzo Satana a Goray scritto in lingua yiddish e pubblicato nel 1933 dal prolificissimo premio Nobel per la Letteratura Isaac Bashevis Singer: siamo nel XVII secolo, e a Goray si diffonde la voce che l’arrivo del Messia è imminente, come dimostrerebbe la grande catastrofe del 1648, anno in cui contadini, cosacchi e tatari sterminarono gli ebrei con violenze indicibili. Al di là della bellezza del romanzo, che fu l’esordio letterario di Singer, si affronta qui un periodo particolarmente tragico e oscuro della storia ebraica. Sugli shtetl, infatti, si abbatté la furia dei rivoltosi che ce l’avevano con la nobiltà polacca, fin dal secolo precedente protettrice degli ebrei, non per bontà d’animo, ma perché la presenza ebraica era considerata indispensabile per lo sviluppo economico, gli ebrei erano considerati imprenditori abili e affidabili e non rappresentavano un pericolo per il potere, dipendendo dalla sua benevolenza.
Isaac B. Singer, che aveva vissuto per alcuni anni nel piccolo e isolato shtetl polacco di Bilgoraj, ha ambientato nelle cittadine ebraiche anche alcuni racconti per bambini come quelli, esilaranti, dedicati ai “saggi” di Chelm - nel folklore ebraico Chelm è una cittadina immaginaria sulla quale una cicogna nel corso di un temporale ha fatto cadere accidentalmente un carico di bambini stupidi. In questi racconti viene evidenziata una caratteristica distintiva degli shtetl, ovvero che tutti si conoscevano di persona, e che c’era l’abitudine di affibbiare soprannomi – a volte molto irriverenti – usati al posto del cognome (un po’ come accadeva nei nostri paesini).
Ci parla della vita nello shtetl anche, Israel Joshua Singer, fratello maggiore del Premio Nobel Isaac, anch’egli grandissimo scrittore (come del resto la loro sorella Ester Kreitman Singer). Non lo fa in un romanzo ma in un breve “memoir”, Di un mondo che non c’è più, che rievoca l’infanzia e la prima giovinezza di un ragazzo ebreo ribelle in un ambiente che gli pare noioso, soffocante, triste: a differenza di ciò che verrà scritto dopo, quando il nazismo avrà distrutto quel modo di vita, il racconto di Israel Joshua Singer – a tratti tragico, a tratti divertente – non è velato dagli occhiali della nostalgia e del rimpianto. Sono illuminanti, dal punto di vista storico, le pagine in cui Israel J. Singer descrive il pogrom che rischia di scatenarsi per futili motivi, e che per una volta le autorità riescono a sventare: gli abitanti dello shtetl vivevano con la consapevolezza di poter diventare vittime della violenza dei vicini cristiani, e poche decine di anni prima della Shoah – negli anni 1905-1906, dopo la rivoluzione e la guerra russo-giapponese, e poi nel 1918-1821, al tempo della guerra civile seguita alla Rivoluzione d’ottobre – ci furono terribili distruzioni e decine di migliaia di morti.
La moglie del rabbino di Chaim Grade
Un altro bel romanzo che parla della vita in uno shtetl è La moglie del rabbino di Chaim Grade. Anche Grade, che era nato in Lituania nel 1910 e morì a New York nel 1982, dopo essere sfuggito all’invasione nazista di Vilnius rifugiandosi in Unione Sovietica, ha uno sguardo non sentimentale e descrive in modo vivacissimo e tagliente le rivalità tra i seguaci dei vari rabbini - che si accapigliavano come tifosi di squadre di calcio! -, i pettegolezzi dello shtetl e anche i conflitti politici che da tempo agitavano la vita delle comunità, dove il socialismo del partito operaio ebraico e i movimenti sionisti si stavano facendo strada. La protagonista del romanzo è la rebbetsin, la moglie del rabbino: Perele è una donna intelligentissima ma divorata dall’ambizione e molto antipatica, e si prodiga per far crescere il prestigio del marito, che è uno studioso mite, buono e amante del quieto vivere. Qui la letteratura fa emergere un altro aspetto dello shtetl, ovvero che la società confinava le donne in un ruolo preciso, e tuttavia alcune personalità femminili particolarmente forti riuscivano a spezzare quelle gabbie, e addirittura a essere consultate – di nascosto – su delicate questioni religiose.
Opere letterarie ambientate nello shtetl
L’elenco delle opere letterarie ambientate negli shtetl potrebbe essere ancora molto lungo: tra gli autori classici tradotti in Italia dobbiamo ricordare Isaac Leyb Peretz e Mendele Moicher Sfurim, ma soprattutto il popolarissimo Shalom Aleichem, il cui vero nome era Solomon Rabinovic. Nato a Poltava, in Ucraina, Shalom Aleichem, fu definito “il Mark Twain ebreo” e rese famoso lo shtetl di Kasrilevke, che era una sua creatura immaginaria.
A uno dei suoi racconti,Tevye il lattaio , si ispirò un famoso musical del 1964, poi diventato film, Il violinista sul tetto, (Fiddler on the roof ). Sia il musical sia il film (girato in Gran Bretagna e uscito nel 1971) ebbero un successo straordinario, anche se alcuni puristi arricciarono il naso per lo snaturamento del testo, adattato al gusto americano. Nel 2022 è uscito un docufilm narrato da Jeff Goldblum, Fiddler’s Journey to Big Screen che ricostruisce i retroscena del percorso che dallo shtetl ucraino di Anatevka portò a Hollywood.
Immagini salvate: i documenti visivi
Dopo la quasi totale distruzione dei luoghi e dei corpi degli ebrei dell’Europa orientale, lo shtetl continuò a vivere – spesso trasfigurato in un mondo mitico, dolce e perfetto – nel ricordo di chi era fuggito per tempo. Restarono anche alcune immagini, reperti miracolosamente scampati, fotografie e brevi video come quelli che si possono trovare sul sito dell’istituto Yad Vashem. Abbiamo anche, però, testimonianze visive più complete, come lo straordinario film amatoriale girato nel 1931 dalla famiglia americana Shapiro a Horodok (Groden Wilenski, Bielorussia). David Shapiro era nato a Horodok nel 1865 ed era emigrato negli Stati Uniti dove aveva fatto fortuna: partito come venditore ambulante era arrivato a possedere una catena di negozi. Come molti emigrati aveva mantenuto un rapporto con lo shtetl natio, al quale mandava robusti aiuti economici. Nel 1931, ormai in pensione, si recò in visita insieme alla famiglia a Horodok, dove girò questo film “casalingo”, ora preziosissimo, che ci mostra i volti, le case, i vestiti di allora. I 1500 abitanti ebrei di Horodok furono quasi tutti assassinati nel 1941-1942: i pochissimi superstiti si unirono alle bande partigiane.
Il reportage di Vishniak
In tema di immagini dello sthetl, però, il nome che resta indissolubilmente legato al mondo che non c’è più è quello del fotografo Roman Vishniak, un uomo geniale e difficile che secondo sua figlia si vedeva “come un misto tra Mosè e Superman”. Vishniak era nato in Russia, ma ormai viveva a Berlino quando, tra il 1935 e il 1938, alla luce delle crescenti persecuzioni antiebraiche, l’American Jewish Joint Distribution Committee, la più grande associazione benefica ebraica del mondo, lo incaricò di andare a fotografare le comunità impoverite dell’Europa centrale e orientale. Ne nacque un lavoro imponente e meraviglioso, che Vishniak riuscì a fare uscire di nascosto dall’Europa, salvandolo dalla distruzione. Nel 1983 fu pubblicato il libro fotografico che lo rese famoso – dal 1940 Vishniak viveva negli Stati Uniti – A Vanished World, Un mondo scomparso.
[1] Voivodato: divisione amministrativa di origine feudale tipica dell’Europa centro-orientale.
Riferimenti e Bibliografia
- Isaac Bashevis Singer, Satana a Goray, a cura di Elisabetta Zevi e traduzione di Adriana dell’Orto, Adelphi 2018.
Isaac Bashevis Singer, Zlateh la capra e altre storie, illustrazioni di Maurice Sendak e traduzione di Elisabetta Zevi, Adelphi 2021. - Isaac Bashevis Singer, Naftali il narratore e il suo cavallo Sus, traduzione di Mario Biondi, Salani 2022.
- Israel Joshua Singer, Di un mondo che non c’è più, traduzione di Marina Morpurgo, Bollati Boringhieri 2015.
- Chaim Grade, La moglie del rabbino, traduzione e postfazione di Anna Linda Callow, Giuntina 2019.
- Mendele Moicher Sfurim, I viaggi di Beniamino Terzo, traduzione e postfazione di Daniela Leoni, Marietti 2022.
- Mendele Moicher Sfurim, Fishke lo zoppo, traduzione di Daniela Leoni, Marietti 2021.
- Isaac Leib Peretz, Novelle ebraiche, Pontecorboli 2012.
- Sholem Aleichem, Panico nello shtetl. Racconti di Kasrilevke, traduzione di Giulio Schiavoni, Bollati Boringhieri 2021.
- Sholem Aleichem, Tewye il lattaio, traduzione di Lina Lattes, Bollati Boringhieri 2020.
- Il video con le immagini di Horodok, sottotitolate: HORODOK 1931 >>
- Roman Vishniac, A Vanished World, prefazione di Elie Wiesel, Farrar, Strauss and Giroux, 1986.
Immagine di copertina: Commercants de Skarzysko, village juif 'shtetl' en Pologne. Photographie anonyme pour une carte postale de 1915.
Referenze iconografiche: Jewish Memories / Kharbine-Tapabor