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Biologia quantistica: fondamenti e frontiere aperte | Science Factory

Scritto da Antonio Cufari | ott 1, 2026

Da dove nasce la biologia quantistica?

Per molti anni la biologia e la fisica sono state considerate discipline quasi indipendenti. La biochimica spiegava il funzionamento degli organismi viventi attraverso le leggi della chimica e della termodinamica classica, mentre la meccanica quantistica sembrava riguardare esclusivamente il comportamento di atomi e particelle elementari osservati in condizioni molto particolari, come temperature estremamente basse e sistemi accuratamente isolati.

Questa idea ha iniziato a cambiare negli ultimi decenni del Novecento. Lo sviluppo di nuove tecniche sperimentali, come la spettroscopia laser a femtosecondi e le moderne tecniche di microscopia, ha permesso di osservare fenomeni estremamente rapidi che avvengono all'interno delle biomolecole anche nelle normali condizioni fisiologiche. Grazie a questi strumenti è diventato possibile studiare il movimento di elettroni, protoni ed energia all'interno delle cellule con una precisione mai raggiunta in precedenza.

Da queste ricerche è nata la biologia quantistica, una disciplina che studia se alcuni processi biologici sfruttino realmente fenomeni descritti dalla meccanica quantistica.
Occorre chiarire subito i concetti per evitare malintesi: la biologia quantistica è una creatura ben diversa dalla chimica quantistica. Quest'ultima descrive il comportamento degli elettroni negli atomi e nelle molecole ed è ormai parte integrante della biochimica moderna: grazie ad essa comprendiamo la natura del legame chimico, la forma delle molecole e la struttura degli orbitali elettronici.

La biologia quantistica affronta invece una domanda diversa: alcuni organismi viventi hanno evoluto meccanismi capaci di sfruttare fenomeni quantistici – come il tunneling, la coerenza quantistica o particolari correlazioni tra particelle – per rendere più efficienti determinate funzioni biologiche?

Per trovare qualche risposta dobbiamo esplorare uno dei terreni più battuti della disciplina: la fotosintesi. Quando una molecola di clorofilla assorbe un fotone, l'energia deve essere trasferita rapidamente fino al centro di reazione, dove verrà utilizzata per produrre energia chimica. Questo trasferimento avviene con un'efficienza molto elevata.
Nei primi studi si ipotizzò che l'energia si propagasse grazie a una coerenza quantistica estesa, cioè attraverso una sorta di sovrapposizione di percorsi possibili; ricerche successive hanno però dimostrato che la realtà era decisamente più complessa. Oggi il modello maggiormente accettato prevede che il trasferimento dell'energia sia il risultato della collaborazione tra effetti quantistici e vibrazioni delle proteine che circondano i pigmenti fotosintetici. In particolare, l'ambiente molecolare non ostacola necessariamente il processo, ma può contribuire a renderlo più efficiente.
Ma la fotosintesi è solo la punta dell'iceberg. I biologi quantistici stanno infatti scavando anche altrove: nel mistero del tunneling quantistico negli enzimi, nella bussola magnetica dei criptocromi che guida gli uccelli migratori e i meccanismi di trasferimento di elettroni e protoni nelle cellule. 

E non stiamo parlando solo di speculazioni da lavagna o esercizi teorici. Comprendere come la natura realizzi trasferimenti di energia così efficienti potrebbe favorire lo sviluppo di nuove tecnologie, come celle solari più efficienti, sensori quantistici ad alta sensibilità e strategie innovative per la progettazione di farmaci.

Per molto tempo si è ritenuto che l'ambiente cellulare, caldo e ricco di molecole in continuo movimento, impedisse qualsiasi fenomeno quantistico significativo. Oggi sappiamo che questa idea è solo in parte corretta. Le interazioni con l'ambiente provocano effettivamente la decoerenza, cioè la perdita delle proprietà quantistiche. Tuttavia, in alcuni sistemi biologici, le stesse fluttuazioni termiche possono favorire il trasferimento dell'energia invece di ostacolarlo. Questo fenomeno è noto come trasporto quantistico assistito dall'ambiente (Environment-Assisted Quantum Transport, ENAQT).
L'idea che sta emergendo ha un che di straordinario: l'evoluzione non ha cercato di zittire il caos termico della cellula, ma ha imparato a cavalcarlo per ottimizzare i motori stessi della vita.

Una breve storia della disciplina

La biologia quantistica non è una disciplina nata recentemente. Le sue radici risalgono agli anni Trenta del Novecento, quando alcuni fisici iniziarono a chiedersi se le leggi della meccanica quantistica potessero contribuire a spiegare alcuni fenomeni biologici.

Uno dei primi studiosi a occuparsi di questo tema fu Erich Hückel, che sviluppò modelli matematici per descrivere la distribuzione degli elettroni nelle molecole organiche. I suoi lavori permisero di comprendere meglio la stabilità di molte molecole fondamentali per la vita, come le basi azotate del DNA e numerosi coenzimi coinvolti nelle reazioni metaboliche.

Pochi anni dopo, il fisico teorico Pascual Jordan introdusse il termine biologia quantistica (Quantenbiologie). Jordan ipotizzò che un singolo evento quantistico, ad esempio l'assorbimento di un fotone da parte di una molecola, potesse essere amplificato fino a produrre una risposta osservabile nell'intero organismo.
Questa idea era innovativa, ma rimase per molti anni poco sviluppata. C'è poi un'ombra complessa sulla sua figura: l'adesione al regime nazista, una scelta che nel dopoguerra ne ha inevitabilmente ridimensionato l'influenza scientifica. Oggi, tuttavia, le sue ipotesi vengono considerate soprattutto dal punto di vista storico.

Anche Niels Bohr, uno dei fondatori della meccanica quantistica, rifletté sul rapporto tra fisica e biologia. Nel 1932, durante la conferenza Light and Life, suggerì che lo studio di un organismo vivente presentasse un problema particolare: per analizzarne in dettaglio le componenti molecolari è spesso necessario interromperne le funzioni vitali. Secondo Bohr, questa situazione ricordava il principio di complementarità della meccanica quantistica, anche se il suo ragionamento aveva soprattutto un significato filosofico e non rappresentava una teoria biologica.

Queste riflessioni influenzarono il fisico Max Delbrück, che in seguito contribuì in modo decisivo alla nascita della biologia molecolare. Nel 1935, insieme al genetista Nikolay Timofeev-Ressovsky e al fisico Karl Zimmer, pubblicò uno studio sugli effetti delle radiazioni ionizzanti sulle mutazioni genetiche.
Analizzando i dati sperimentali, i tre ricercatori conclusero che il gene doveva essere una struttura molecolare stabile e di dimensioni molto ridotte. Sebbene all'epoca non fosse ancora nota la struttura del DNA, questo lavoro rappresentò uno dei primi tentativi di descrivere quantitativamente il materiale genetico.

La svolta più importante arrivò nel 1944 con la pubblicazione del libro Che cos'è la vita? di Erwin Schrödinger. In quest'opera Schrödinger osservò che l'informazione genetica viene trasmessa con grande precisione da una generazione all'altra e si chiese come fosse possibile mantenere tale stabilità nonostante il continuo movimento termico delle molecole. Per spiegare questo fenomeno propose che il materiale ereditario fosse costituito da un cristallo aperiodico, cioè una struttura ordinata ma non ripetitiva, nella quale l'informazione fosse codificata nella disposizione degli atomi.

Sebbene Schrödinger non conoscesse ancora la struttura del DNA, questa intuizione si rivelò sorprendentemente vicina alla realtà. Il suo libro ebbe una grande influenza su molti giovani ricercatori, tra cui James Watson e Francis Crick, che nel 1953 descrissero la struttura a doppia elica del DNA, basandosi anche sulle immagini di diffrazione ai raggi X ottenute da Rosalind Franklin.
Negli anni Sessanta la disciplina iniziò ad assumere una forma più moderna. Nel 1963 Bernard Pullman e Alberte Pullman pubblicarono il volume Quantum Biochemistry, una delle prime opere dedicate all'applicazione sistematica della meccanica quantistica allo studio delle biomolecole.
I decenni successivi hanno visto l'ingresso dei supercomputer e delle simulazioni molecolari, che hanno letteralmente spalancato le porte dei laboratori. Se oggi riusciamo a mappare il comportamento elettronico di una proteina o a progettare un farmaco mirato, lo dobbiamo proprio a quella spinta tecnologica.

Negli ultimi vent'anni, inoltre, le tecniche spettroscopiche ultraveloci hanno consentito di osservare direttamente processi che avvengono nell'arco di femtosecondi (10⁻¹⁵ secondi). Questi studi hanno rilanciato l'interesse per la biologia quantistica, permettendo di verificare sperimentalmente alcune ipotesi formulate decenni prima.

La biologia quantistica si trova oggi in quella terra di mezzo affascinante dove convivono certezze di laboratorio e scommesse ancora aperte. Se il tunneling negli enzimi o la bussola magnetica degli uccelli migratori poggiano ormai su solide conferme sperimentali, molti altri tasselli della disciplina sono ancora ipotesi affascinanti in cerca di autore. 

Referenze iconografiche:  Gorodenkoff/Shutterstock, Chokniti-Studio/Shutterstock, Albert Beukhof/Shutterstock, Wikimedia Commons