Il Venezuela è uno Stato dell’America meridionale che da alcuni decenni ha pessime relazioni internazionali, in particolare con gli Stati Uniti: prima il presidente Hugo Chávez (che governò dal 1998 al 2013) e poi il suo successore Nicolás Maduro si sono opposti all’influenza statunitense e hanno stretto rapporti con altri Paesi, in particolare Cuba, Russia, Iran, Cina, storici rivali degli USA.
Un’altra informazione importante: il Venezuela è il Paese al mondo con la maggiore quantità di riserve petrolifere stimate e la sua ricchezza dipende da quanto petrolio riesce a estrarre, raffinare ed esportare.
Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno ostacolato l’esportazione di petrolio da parte del Venezuela, imponendo sanzioni economiche con l’intento di boicottare il governo del presidente Maduro. Ciò ha portato a una grave crisi economica e sociale: le condizioni di vita sono via via peggiorate e si stima che più del 30% della popolazione viva al di sotto della soglia di povertà, tanto che circa 7 milioni di Venezuelani sono dovuti emigrare all’estero.
Intanto si è accentuato il carattere autoritario del regime di Maduro, che ha imposto un crescente controllo, limitando la libertà di espressione, arrestando gli oppositori politici e manipolando le elezioni. Nel 2025, il Comitato per il Nobel norvegese ha assegnato il Premio Nobel per la pace a Maria Corina Machado, leader dell’opposizione al regime di Maduro.
Carta dell’area americana con Venezuela e USA.
L’attuale presidente statunitense Donald Trump aveva già reso più dure le sanzioni al Venezuela durante il suo primo mandato (2017-2021) e nel 2025 (all’inizio del suo secondo mandato) ha ripetutamente criticato Nicolás Maduro, accusandolo di essere responsabile di coordinare il narcotraffico (il commercio illegale di droga) verso gli Stati Uniti.
Alle parole sono seguite varie azioni, tra cui il blocco di alcune petroliere, l’invio di navi militari davanti alle coste venezuelane e il bombardamento di imbarcazioni sospettate di trasportare droga.
Infine, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, Trump ha ordinato un attacco militare che ha coinvolto aerei e navi da guerra: i bombardamenti hanno neutralizzato le difese venezuelane e aperto la via agli elicotteri che hanno raggiunto il complesso militare in cui si trovava Nicolás Maduro. Dopo un breve scontro a fuoco con i militari locali, i soldati statunitensi sono riusciti a prelevare Maduro e sua moglie Cilia Flores, che sono stati rapidamente trasportati negli Stati Uniti per essere giudicati da un tribunale.
La cattura di Maduro e della moglie è stata presentata dal governo statunitense come un’azione di polizia, ma – secondo molti – è consistita in una vera e propria incursione di guerra.
I giornali annunciano la notizia della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Il presidente Trump ha spiegato che, avendo rimosso Maduro dalla presidenza, si aspetta di poter sfruttare il petrolio venezuelano e ha ipotizzato investimenti da parte delle compagnie petrolifere statunitensi per migliorare l’estrazione e la raffinazione, con un conseguente vantaggio per l’economia di entrambi i Paesi.
In Venezuela il potere è passato nelle mani della vicepresidente, Delcy Rodríguez, che sembra decisa a portare avanti la politica di Maduro, ma al tempo stesso aperta a una possibile collaborazione con gli Stati Uniti proprio rispetto al commercio del petrolio, per evitare un nuovo intervento statunitense.
Per diminuire la pressione internazionale, nei giorni successivi alla cattura di Maduro, il governo venezuelano ha accettato di liberare alcuni prigionieri politici, tra cui gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò.
L’intervento statunitense in Venezuela ha provocato reazioni critiche e preoccupate anche tra i tradizionali alleati degli Stati Uniti, come Regno Unito e Unione Europea, perché le modalità della cattura di Maduro hanno violato il diritto internazionale. Nessun Paese può inviare il proprio esercito nel territorio di un altro Stato, tranne che in tre situazioni: se ha un mandato da parte dell’ONU; se risponde a una richiesta dei rappresentanti politici di quello Stato; se dimostra che è necessario per difendersi da una imminente minaccia.
Questa violazione mette in crisi i tentativi diplomatici dell’ONU e sembra ribadire che vale la “legge del più forte”, legittimando gli attacchi da parte di Stati con eserciti potenti contro Paesi più deboli – come sta facendo la Russia in Ucraina.
Trump ha rivendicato questa linea politica minacciando altri Paesi ostili agli Stati Uniti, in particolare Cuba e la Colombia, e ripetendo un desiderio che aveva già espresso mesi fa: estendere il controllo USA sulla Groenlandia, un territorio che è parte della Danimarca.
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