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«La pittura è filosofia»: l’opera di Anselm Kiefer | Sanoma Italia

Scritto da Giancarlo Burghi | mar 30, 2026

La mostra dedicata alle donne alchimiste

L’esposizione è collocata nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano, un luogo segnato dai bombardamenti avvenuti sulla città nel 1943 con cui l’opera di Kiefer stabilisce un dialogo simbolico. Come le cariatidi mutilate dalla guerra, infatti, anche le donne alchimiste protagoniste della mostra, a cominciare da Caterina Sforza, hanno subìto un grave danno dalla storia, che, salvo qualche rara eccezione, le ha relegate in un ingiusto anonimato, sebbene il loro contributo alla cultura scientifica moderna non sia stato né banale né residuale rispetto a quello degli uomini.

La rappresentazione dei poteri creativi delle donne è un tema ricorrente nella ricerca teorica e pittorica di Kiefer che con questa mostra, come recita la presentazione, costruisce «un pantheon al femminile che intreccia mito, memoria e rigenerazione».

Accompagnano la mostra un denso public program articolato in cinque appuntamenti, con cadenza mensile, fino al 4 giugno 2026, e un’interessante offerta didattica rivolta alle scuole primarie e secondarie. 

«La pittura è filosofia» 

Come racconta lo stesso soggetto della mostra, per Kiefer la pittura non è soltanto rappresentazione estetica ma uno strumento di conoscenza. In questo senso «la pittura è filosofia», come ha affermato l’artista, intendendo che l’arte figurativa è lo spazio in cui le idee prendono forma.

Ed è per tale ragione che nelle sue opere il pittore tedesco affronta alcuni temi cruciali della filosofia novecentesca: l’eterna contrapposizione tra il bene e il male, visti nella loro tensione dialettica e nel processo della storia, che il male conserva e supera; il mito quale strumento per interpretare la realtà; il tempo come agente di trasformazione e organizzazione della materia, e altri ancora.

Il gesto artistico solleva allora domande fondamentali sull’esistenza, sulla storia e sul destino umano, proprio come fa la filosofia. Se questa usa il linguaggio concettuale, la pittura utilizza immagini, materiali e simboli, ma entrambe cercano di interrogare la verità del mondo.

Un aspetto tipico dell’arte di Kiefer è che le sue opere non danno risposte definitive: come avviene nella filosofia, le immagini non pretendono di spiegare, ma aprono sempre nuove domande. Lo spettatore è chiamato a pensare, non soltanto a guardare.

L’arte è filosofia quindi anche perché non illustra concetti già dati ma produce pensiero, apre orizzonti di senso, inaugura nuovi scenari di significati. Questa idea è vicina alla riflessione di Martin Heidegger, secondo cui l’arte è un modo attraverso cui la verità dell’essere si manifesta.   

Il tema della memoria e della storia

Uno dei temi centrali dell’arte di Kiefer è il rapporto con la memoria storica, soprattutto quella della Germania dopo il nazismo. Nei suoi dipinti e nelle sue installazioni compaiono rovine, paesaggi devastati, biblioteche bruciate, simboli della cultura tedesca feriti dalla storia e dalla violenza.

Kiefer affronta il trauma collettivo della storia novecentesca trasformando la pittura in riflessione critica sul passato. In questo processo intreccia un dialogo fecondo e vivace con la riflessione sulla memoria sviluppata da pensatori come Walter Benjamin e Theodor W. Adorno, secondo cui l’arte può diventare uno strumento per salvare le tracce della storia e meditare sulle sue catastrofi.

Un’opera molto citata come esempio di questo ambito tematico è Margarethe (1981), ispirata alla poesia Fuga di morte (Todesfuge) di Paul Celan, uno dei più importanti poeti della memoria dell’Olocausto. Nel quadro compaiono campi dorati di paglia, che evocano i capelli biondi di Margarethe, la figura femminile richiamata nella poesia. In contrasto con essa, Celan descrive anche Shulamith, simbolo delle vittime ebree.

Kiefer mette quindi in scena una tensione tra la grande tradizione culturale tedesca e la catastrofe storica del nazismo. L’opera non cerca di risolvere questa contraddizione, ma la rende visibile. In questo senso l’arte diventa una forma di responsabilità verso la memoria, un’idea che ricorda il pensiero di Theodor W. Adorno sulla difficoltà di fare arte dopo Auschwitz. 

La materia come simbolo filosofico

Le opere di Kiefer sono celebri per l’uso di materiali insoliti - piombo, cenere, paglia, terra, cemento - su cui l’artista lavora anche con strumenti non tradizionali come la fiamma ossidrica. Questi materiali trasformano la pittura in una sorta di paesaggio fisico e materico, dove la superficie del quadro appare quasi come una rovina o un reperto archeologico.

Un esempio significativo è la serie di opere dedicate alle biblioteche di piombo, tra cui The High Priestess / Die Hohepriesterin (1985-1989). Questa installazione mostra grandi libri realizzati in piombo, un materiale pesante e associato alla tradizione dell’alchimia: i libri sembrano allo stesso tempo strumenti di conoscenza e oggetti morti e inutilizzabili.

L’opera vuole essere dunque una riflessione sul destino del sapere: la conoscenza umana può accumularsi come una biblioteca immensa, ma rimane sempre limitata e fragile, esposta alla violenza della storia.  

Il rapporto con il mito e la spiritualità

Molte opere di Kiefer fanno riferimento ai miti germanici, ai testi biblici e alla mistica ebraica, soprattutto alla Cabala. Questi elementi mostrano come l’arte possa diventare una forma di ricerca metafisica sull’origine e sul senso dell’universo. L’arte, quindi, diventa simile alla filosofia anche perché cerca di rispondere alle stesse domande fondamentali: da dove veniamo, che cosa è la storia, quale senso hanno la distruzione e la morte.

Un’opera importante in questo senso è Breaking of the Vessels (1990), il cui titolo richiama il concetto cabalistico dello “shevirat ha-kelim”, la rottura dei vasi. Secondo la Cabala, nel momento della creazione la luce divina fu troppo intensa e i vasi destinati a contenerla si frantumarono, spargendo frammenti nel mondo.

Kiefer rappresenta questa idea attraverso strutture spezzate e materiali frantumati, suggerendo che la realtà è il risultato di una frattura originaria. L’arte diventa così una riflessione sul rapporto tra distruzione e creazione, una questione tipicamente filosofica.  

Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer, di Massimo Recalcati

Massimo Recalcati, noto psicoanalista, ha pubblicato nel 2026 un libro dedicato all’artista tedesco, Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer, dove interpreta la sua arte come un tentativo di trasformare la distruzione della storia in possibilità di rinascita.

L’artista tedesco lavora infatti sulle rovine della storia europea e della Seconda guerra mondiale usando materiali “poveri” o residui per far emergere una nuova forma di senso. Questo significa che le tracce del trauma storico non possono essere cancellate, ma possono essere trasfigurate dall’arte.

Kiefer prende le macerie della storia (il “resto”) e le fa diventare materia poetica e simbolica. Recalcati chiama questo processo “seme santo”: ciò che resta dopo la distruzione può diventare principio di un nuovo inizio. In tale prospettiva la memoria non è un atto nostalgico: si ricorda il passato non per rimpiangerlo ma per aprire il futuro.


 

Referenze iconografiche: Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images