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Psicologia del vivere online | Agorà di Sanoma Italia

Scritto da Elisabetta Clemente, Rossella Danieli | mar 16, 2026

IL RUOLO DEI SOCIAL NELLA COSTRUZIONE DELL’ IDENTITA’ PERSONALE

I compiti dell’adolescenza

Per collocare le nostre osservazioni in un quadro di riferimento scientifico possiamo anzitutto brevemente ricordare quali sono le sfide e i compiti che preadolescenti e adolescenti si trovano ad affrontare nel delicato processo di sviluppo dell’identità personale. Il primo di questi compiti consiste nella mentalizzazione del corpo, ovvero nell’integrazione dei cambiamenti fisici in un nuovo, più adeguato schema mentale; un altro è l’acquisizione della capacità di controllare le proprie risposte emotive: compito non facile in un’età in cui il cervello emotivo, ancora in fase di maturazione (sarà completata verso i vent’anni) tende a prevalere su quello cognitivo. Altrettanto importanti nel percorso di crescita sono la capacità di valutare razionalmente i comportamenti rischiosi (come fumare, assumere alcolici e droghe) e la gestione equilibrata degli impegni, a partire da quelli scolastici.
Aggiungiamo che l’adolescenza è l’età in cui la ricerca di un pensiero autonomo si effettua spesso in contesti extrafamiliari e in cui l’approvazione del gruppo di pari diventa più importante del giudizio di genitori e insegnanti. Il bisogno di esprimere la propria creatività, la ricerca di novità e i “debutti” nelle sfere affettiva e sessuale completano questo sintetico quadro dell’identità adolescente.
A questo punto possiamo chiederci quale sia il ruolo dei social più frequentati dalle ragazze e dai ragazzi in relazione ai compiti di sviluppo che abbiamo indicato. Le ricerche ci dicono che i giovani prediligono le piattaforme più creative, in cui prevalgono foto e video, come Instagram e TikTok. Meno popolare Facebook, mentre le conversazioni spesso avvengono nei gruppi whatsapp.

Esplorazione e impegno: le criticità del contesto digitale

Seguendo una nota teoria dello psicologo James Marcia, nel processo di definizione della propria identità l’adolescente si muove in due direzioni: quella dell’esplorazione, che lo/la porta a fare nuove esperienze, e quella dell’impegno, che la/lo induce ad affrontare con serietà un dato percorso in precedenza scelto.
Una premessa necessaria riguarda il fatto che, a più di 15 anni dall’ingresso prepotente nelle nostre vite dello smartphone, molte aspettative sui social sono state deluse. Chi individuava nelle agorà virtuali promettenti contesti di socializzazione, è stato costretto a ridimensionare il proprio ottimismo. Infatti, se da un lato la logica dell’algoritmo che governa le interazioni sui social è orientata a promuovere comportamenti di consumo negli utenti, d’altro canto la presenza di falsi profili e la protezione offerta dall’anonimato hanno favorito la diffusione di preoccupanti fenomeni di cyberbullismo, stalking, commenti offensivi, tutti fattori particolarmente gravi quando la vittima è un minore.
In questo contesto, l’esplorazione adolescenziale incontra una serie di ostacoli: la dimensione dell’amicizia soffre per la mancanza di contatto fisico e per l’assenza della comunicazione non verbale, i cui messaggi completano e chiariscono le interazioni faccia a faccia; l’empatia stenta a svilupparsi in un ambito che non permette la piena espressione delle proprie emozioni e il riconoscimento di quelle altrui; i rapporti all’interno delle comunità virtuali non reggono il confronto con l’intensità affettiva e la solidarietà che si sviluppano nei gruppi di pari, nelle squadre sportive, nelle band musicali o nelle associazioni di volontariato.
Anche l’esercizio dell’impegno, nel senso indicato da Marcia, può trovare difficoltà nel contesto digitale. Per esempio, tale dimensione non soltanto è estranea all’attività di scrolling (lo scorrimento veloce delle pagine social), dominante sui social, ma ostacolata da una dispersione costante dell’attenzione che i giovani – ma anche gli adulti – spesso non riescono a controllare. In un ambiente virtuale dominato da contenuti visivamente attraenti che sollecitano l’emotività risulta difficile concentrarsi su un compito in particolare ed elaborare commenti che non si limitino a un like o a un emoticon come risposta.
D’altro canto, va sollecitata la fruizione delle potenzialità informative o didattiche dell’ambiente online, che non sono certo rappresentate dagli innumerevoli articoli e notizie privi di indicazione dell’autore o della fonte; fatta eccezione per alcuni riusciti esperimenti di divulgazione scientifica presenti su TikTok e Instagram, buoni contenuti si trovano piuttosto su altre piattaforme social, come YouTube, anch’essa molto frequentata dagli studenti, oltre a strumenti di qualità come RaiPlay, Rai Scuola o l’ascolto di podcast.

La diffusione della dismorfia digitale

Un’altra criticità dell’esposizione ai social nell’età della adolescenza è il confronto con i modelli rappresentati dalle/dagli influencer, che alcuni psicologi clinici associano alla diffusione della cosiddetta dismorfia digitale. Il termine designa una variante del Disturbo da Dismorfismo Corporeo, caratterizzato da un’eccessiva preoccupazione per difetti fisici anche minimi, che divengono oggetto di un’attenzione e di un controllo patologici. Nella versione digitale del disturbo, lo schermo (del pc o dello smartphone) sostituisce lo specchio, e il disagio nasce dal continuo confronto con i corpi levigati e perfetti esibiti sui social. L’adolescente è spinto o spinta a manipolare la propria immagine con gli accorgimenti disponibili online (filtri, ritocchi), allo scopo di offrire alla comunità virtuale un’immagine idealizzata e ricevere apprezzamenti (like) che aumenteranno l’autostima. Il pericolo maggiore, in particolare nella fase dell’adolescenza, consiste in un progressivo distanziamento e disallineamento tra l’immagine di sé reale e quella virtuale presentata sui profili social; sempre più timorose/i del giudizio altrui, gli adolescenti possono essere indotti a sostituire la vita sociale reale con il suo surrogato virtuale.

Social e disagio giovanile

Sebbene la discussione tra gli esperti appaia polarizzata tra chi non attribuisce alla dimensione virtuale una responsabilità diretta nell’insorgenza di molteplici forme di disagio giovanile e chi afferma l’esistenza di un nesso indiscutibile tra i social e la diffusione di disturbi fisici e psicologici nelle ragazze e nei ragazzi cresciuti con lo smartphone, risulta difficile prendere una posizione netta e, soprattutto, stabilire un nesso causale tra i social media e alcune condizioni patologiche purtroppo in aumento, come ansia, depressione, ritiro sociale, disturbi del comportamento alimentare (DCA), autolesionismo. Si può tuttavia affermare, sia a livello scientifico sia sulla base della nostra esperienza di docenti, che l’eccessiva esposizione ai social, oltre a creare dipendenza e sottrarre tempo ad altre attività più importanti per lo sviluppo psicofisico, costituisca un fattore di rischio per i disturbi a cui si è accennato in precedenza.

Vietare i social ai minori?

Il 26 novembre 2025 il Parlamento europeo ha votato una risoluzione non vincolante in cui si propone di fissare a 16 anni il limite minimo di età per accedere ai social media, soglia che può essere abbassata, su autorizzazione dei genitori, per la fascia di età 13-16 anni. Nello stesso documento il Parlamento sostiene gli sforzi dell’Unione europea per mettere a punto sistemi di verifica dell’età e creare un portafoglio europeo di identità digitale (ID). Sulla base di questa risoluzione e nella scia di quanto avvenuto in Australia, in cui dal 10 dicembre 2025 è operativa una legge che vieta l’accesso ai social ai minori di 16 anni, il 26 gennaio 2026 l’Assemblea nazionale francese ha votato un disegno di legge che stabilisce l’età minima di accesso ai social a 15 anni. Anche Spagna e Grecia si stanno muovendo nella stessa direzione, e analoghe proposte di legge esistono in Italia. Le reazioni della società civile a tali provvedimenti sono state generalmente positive: in Italia le principali obiezioni, provenienti soprattutto da giuristi, sottolineano che le leggi in materia esistono già ma non sono applicate; si rileva inoltre la difficoltà di controllare i dati anagrafici degli utenti reali.

 

PRAGMATICA DELLA COMUNICAZIONE ONLINE

La teoria di Palo Alto alla prova dei social

L'espressione “pragmatica della comunicazione” rimanda, come sappiamo, all'approccio inaugurato negli anni Sessanta dalla cosiddetta Scuola di Palo Alto, focalizzato sugli aspetti comportamentali della comunicazione e sulle implicazioni relazionali tra i suoi partecipanti.
La rilevanza oggi acquisita dagli scambi comunicativi online, mediati cioè dagli strumenti digitali e dai loro linguaggi, in particolare fra i giovani, ci sollecita ad estendere questo approccio a tale ambito per cogliere le peculiarità della nuova situazione comunicativa.

Comunichiamo sempre, anche quando non comunichiamo

È noto come per gli studiosi di Palo Alto l'aspetto pragmatico della comunicazione fosse riassumibile nei cinque assiomi che presiedono a ogni scambio comunicativo.
Dell'impossibilità di non comunicare, enunciata dal primo, gli scambi online danno conferma in misura anche maggiore di quelli che hanno luogo nella realtà fisica. Se infatti in un contesto di interazione anche il silenzio ha il valore di un messaggio, nella situazione online tutto questo risulta amplificato: la mancata risposta a un messaggio o la sua visualizzazione non seguita da alcuna reazione, il like o il commento negati a un post sui social, l'improvviso ritiro da una chat o il ban di un certo utente esprimono in modo indiretto disapprovazione o disinteresse e come tali possono essere letti dagli interlocutori. Anche il cosiddetto ghosting (dall'inglese ghost = fantasma), ossia l'interruzione improvvisa e ingiustificata delle comunicazioni con una persona che si stava frequentando, viene percepito come un eloquente atteggiamento di rifiuto o di superiorità.

Si comunica per chiedere un riconoscimento

Il secondo assioma ci ricorda che ogni messaggio non si limita a trasmettere contenuti, ma definisce il rapporto tra gli interlocutori e indirettamente il modo in cui il messaggio stesso va inteso.
Chi carica un post su un social, ad esempio, spesso non intende soltanto informare o esprimere dei concetti, ma soprattutto definire uno status e richiederne il riconoscimento. Una persona che condivide sulla sua bacheca un video sull'inquinamento ambientale fornisce informazioni sull'argomento, ma soprattutto afferma implicitamente che per lei quel tema è importante, che si ritiene sufficientemente competente per poterne parlare e che si aspetta dai suoi contatti apprezzamento o gratitudine per la sua iniziativa. La risposta di un interlocutore che contestasse i contenuti del post – ad esempio, mettendo in dubbio l'esattezza dei dati riportati – potrebbe essere quindi da lei intesa non come una semplice obiezione cui rispondere, ma una sorta di delegittimazione dei suoi ideali e delle sue competenze, soprattutto se il suo focus è centrato sulla persona stessa: una frase come “Smetti di ascoltare quel che dicono in TV” non si limita ad esprimere un'opinione contraria, ma sottintende una svalutazione dell'interlocutore (“non sei veramente competente, sai solo ripetere acriticamente ciò che altri dicono e non ne sei neppure consapevole”). Occorre inoltre ricordare che la risposta nella chat è vista non soltanto dal destinatario ma da tutti coloro che vi partecipano o anche solo la visualizzano: una disapprovazione diventa quindi una forma di ostracismo sociale e, nel contempo, la tessitura di possibili alleanze, nel senso che chi l'ha scritta si aspetta probabilmente una serie di like o rinforzi al suo messaggio che confermino la sua posizione.

La comunicazione definisce la relazione

Sui social troviamo efficacemente esemplificato anche il terzo assioma della scuola di Palo Alto, ossia l'idea che la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione, cioè dal modo in cui ogni utente legge lo sviluppo dello scambio comunicativo. Supponiamo, ad esempio, che un utente pubblichi un post critico o polemico su un certo tema e che qualcuno si senta personalmente toccato dalle sue osservazioni; seguirà probabilmente un'escalation in cui ognuno degli interlocutori accuserà l'altro di avere innescato la situazione conflittuale. Ciò naturalmente può avvenire anche nella comunicazione offline, ma sulla bacheca di un social ciò è facilitato dalla peculiarità della chat – in cui altri soggetti possono commentare o condividere o fare screenshot selezionando alcune parti del messaggio – e dai meccanismi degli algoritmi, che spesso nascondono i post o cambiano il loro ordine, modificando di fatto ciò che le persone leggono e i significati che possono attribuire alla conversazione.

Linguaggio verbale e non verbale, anche online

Secondo il quarto assioma, il senso completo di una comunicazione scaturisce dall'intreccio del linguaggio verbale (modulo numerico) con elementi non verbali (modulo analogico). Negli scambi comunicativi offline sono aspetti non verbali i gesti, le espressioni facciali, il tono di voce, la postura: elementi che anche online mantengono la loro importanza se gli interlocutori conversano tramite canali visivi (in caso, ad esempio, di videochiamata o videoconferenza). Ma anche se, come spesso avviene, ciò non accade – ad esempio nei servizi di messaggistica scritta o vocale – il modulo analogico svolge un ruolo essenziale. In un messaggio scritto, emoji e meme accompagnano le nostre parole e additano all'interlocutore il modo in cui devono essere intese; l'uso della punteggiatura e altre regole implicite della comunicazione online – ad esempio, l'uso del maiuscolo per trasmettere rabbia, entusiasmo o altre emozioni forti - fanno capire a chi ci legge se siamo seri o ironici, certi o dubbiosi, indignati o divertiti. Ma il repertorio degli strumenti che qualificano i nostri messaggi online al di là delle parole utilizzate è ancora più ampio: ad esempio, l'improvviso passaggio da un messaggio scritto a uno vocale, specie se di lunga durata, può essere l'indizio di una comunicazione più profonda o confidenziale; la dilatazione del tempo della risposta può indicare prudenza, imbarazzo o scarso interesse da parte dell'interlocutore; persino l'avatar che identifica un utente – serio, scherzoso, anonimo – può orientare la comprensione di chi riceve i suoi messaggi.

Gli scambi comunicativi fra influencer e followers

Il quinto assioma individuato dagli studiosi di Palo Alto afferma che gli scambi comunicativi possono essere simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull'uguaglianza o sulla differenza tra gli interlocutori. La sua portata nell'ambito della comunicazione online può essere colta soprattutto in riferimento ad alcune situazioni specifiche, ossia le relazioni che si formano all'interno delle web community, ad esempio tra un influencer e il suo pubblico.
L'influencer non si limita infatti a creare e condividere contenuti sul web: egli intesse e gestisce anche una rete di scambi comunicativi con la comunità dei suoi followers. Apparentemente la relazione è simmetrica: chiunque può partecipare e commentare, e lo stesso influencer incoraggia spesso una tale lettura della situazione, parlando della community come di una “famiglia” e presentando se stesso in uno storytelling quotidiano (in realtà sapientemente costruito) in cui ognuno può identificarsi e perfino ritrovare le proprie fragilità. Questa prossimità simulata cela tuttavia due ruoli ben distinti: quello dell' influencer, che detta i temi della community e ne controlla l'andamento, premiando con commenti positivi taluni membri e ignorandone altri, e il follower che, in forza della fiducia riposta nell'influencer, da quella conversazione cerca riconoscimento e legittimazione. Si tratta quindi di una relazione fortemente asimmetrica, che talora l'influencer stesso si trova a ribadire quando un evento improvviso danneggia la sua immagine e incrina la fiducia della community nei suoi confronti: o in modo diretto, cancellando o bloccando gli interlocutori che lo criticano, o rinegoziando su nuove basi (chiarimenti, ammissione di responsabilità ecc.) la propria posizione di autorità.

Gli esempi addotto mostrano insomma la piena pertinenza degli assiomi individuati dalla scuola di Paolo Alto anche nella comunicazione online, e la declinazione particolare che in tale contesto essi assumono.

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