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La violenza sulle donne in prospettiva storica

Scritto da Liviana Gazzetta | mar 23, 2023

La definizione dell’Onu 

La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, adottata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1993, afferma che tale violenza

è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne.1

Con ciò si indica chiaramente che, pur nella diversità delle forme nel tempo e nello spazio, la subordinazione delle donne agli uomini ha avuto anche nella violenza uno dei suoi tratti caratterizzanti a cominciare dalla sfera privata, come può mostrare l’analisi in prospettiva storica della violenza coniugale.

Se quindi nella violenza di genere si ritrovano alcuni elementi comuni alle forme di violenza presenti in molte società e culture (agli individui oggetto di violenza si attribuisce uno status inferiore, spesso legato al possesso della persona e se ne producono rappresentazioni che occultano la persona reale), nel caso delle donne si aggiunge la gerarchia e il dominio che caratterizzano le relazione tra i sessi in una determinata società e in un determinato contesto storico. 

Interrogare la dimensione storica della violenza di genere è, quindi, fondamentale per cercare di comprenderne i tratti costitutivi. Bisogna, peraltro, essere consapevoli che sussistono molte difficoltà nel rilevare la misura degli abusi sulle donne nelle tracce lasciate dalle società del passato, mentre è stato relativamente più semplice esplorare i discorsi che pensatori, giuristi e intellettuali hanno via via prodotto su di essi.

Il mondo antico e i primi secoli del cristianesimo 

Sin dall’antichità i ruoli sessuali si strutturano su base gerarchica, teorizzati e codificati come prodotto di un ordine naturale, di cui la casa e la società dovevano essere specchio. Il pensiero dei più influenti filosofi greci, in particolare di Aristotele, veicolava tali concezioni, mentre nelle poleis le donne vivevano sostanzialmente prive di qualsiasi cittadinanza. Fu proprio Aristotele, in particolare, a fornire alla cultura europea le più radicate argomentazioni dell’inferiorità femminile. Secondo la fisiologia aristotelica e poi galenica2, infatti, la polarità maschile/femminile è associata organicamente all’opposizione attivo/passivo. Giuristi e medici di diverse scuole concordano nel ritenere che nel rapporto sessuale spetti all’uomo la parte attiva, mentre alla donna quella passiva.

Anche nella Roma antica, come in Grecia, la necessità di garantire la discendenza in linea maschile poteva diventare motivo di esercizio di violenza sulle donne ai fini di controllo sul corpo femminile, secondo un’esigenza tipica, appunto, delle società di tipo patriarcale. L’organizzazione sociale sanciva nel diritto i poteri del pater familias, considerato titolare di vita e di morte sui componenti del nucleo familiare, mentre gli stupri di massa potevano essere usati come un’arma bellica tra le altre (cfr. fonte 1).

La diffusione della cultura cristiana non cambia la situazione complessiva, nonostante gli aspetti innovativi del messaggio evangelico; essa contribuisce anzi a trasmettere l’organizzazione familiare romana e offre nuovi strumenti teorici sull’inferiorità femminile, come il concetto di infirmitas sexus (infermità, e quindi impedimento, dovuta al sesso). Gli autori cristiani confermano l’imperfezione e l’insufficienza della natura della donna attraverso l’interpretazione di alcuni passi biblici e di passi delle lettere paoline3, che stabiliscono la sottomissione delle mogli ai mariti. Si distingue l’uguaglianza uomo-donna nell’ordine della salvezza dalla disuguaglianza dei sessi nell’ordine della natura, da intendersi pure come volontà di Dio. Tanto che secondo S. Agostino4 il modello per eccellenza della moglie cristiana è la madre Monica, che accetta anche la violenza del marito in vista della sua redenzione; a sua volta San Tommaso5 riprende l’antropologia aristotelica e descrive la donna come “maschio mancato”. 

Dal Medioevo all’età moderna 

In età medievale, le classi sociali più elevate e le corti erano orientate alla salvaguardia dell’istituzione matrimoniale e del patrimonio familiare e non delle esigenze individuali. Nel diritto medievale, infatti, il corpo femminile è spesso descritto come un bene patrimoniale, su cui si esercita l’autorità del marito. 

Come già durante il Medioevo, anche in età moderna il diritto contempla in genere la legittimità di un certo grado di violenza nei rapporti coniugali e familiari, come anche nella relazione amorosa. Il ruolo assolutamente preminente del marito e la legittimità della violenza maritale sono tanto radicati da essere introdotti anche nei contesti coloniali (per Spagna, Olanda, Francia, l’Inghilterra). 

La  società europea in questi secoli è caratterizzata da grande conflittualità e instabilità, che favoriscono la diffusione della violenza tra gruppi e nelle relazioni sociali in genere. In ogni caso la violenza sulle donne non doveva superare la soglia che l’avrebbe resa pericolosa per l’ordine familiare e sociale, ritenuti tra loro strettamente collegati. Solitamente, le donne non ricorrevano ai tribunali per la sanzione degli atti di violenza, quanto piuttosto per ottenere la loro interruzione, oppure per costringere il marito a garantire il mantenimento della famiglia, o ancora per avere la restituzione della dote, in caso di separazione.

Dal Settecento al Novecento 

Dal XVIII secolo, e in particolare dalle Rivoluzioni americana (1776) e francese (1789), la storiografia segnala l’inizio di un cambiamento nella tolleranza verso la violenza contro donne. Tra le élite dell’aristocrazia illuminata e della borghesia si diffondono nuove concezioni di famiglia e anche nuovi modelli di mascolinità, che ridefiniscono le gerarchie familiari e sociali. Con sempre maggiore chiarezza, infatti, si mostrano tracce di una crescente sensibilità nei confronti della violenza coniugale e di una tendenza a paragonare tale violenza a comportamenti tipici dei ceti ritenuti inferiori e quindi non più giustificabile. Si tratta di cambiamenti che si ritrovano soprattutto nelle riflessioni teorico-letterarie e nei discorsi, più che nella pratica quotidiana, ma ciò segnala l’inizio di un processo di lungo periodo che concerne un progressivo miglioramento delle condizione delle donne nella famiglia e nella società (cfr. fonte 2).

Nell’Ottocento l’avvento del liberalismo porta con sé una nuova riflessione sulle regole della vita coniugale, legata alla diffusione di una concezione più intima e affettiva della famiglia, pur senza scalfire la sottomissione della donna sposata. Peraltro, il modello familiare e la morale propri della società borghese, basati su un confine netto tra sfera pubblica e sfera privata (e quindi fra diritto e morale), contribuiscono a produrre una sorta di “privatizzazione” della violenza domestica. La deroga ai principi liberali in nome di antiche e radicate convinzioni è, infatti, ciò che il primo femminismo rimprovera fin dal 1865 al Codice civile del Regno d’Italia, che manteneva le donne sposate in uno stato di minorità.

Nel XIX secolo, tuttavia, sul piano normativo si restringono i margini dell’arbitrio del marito. Basti pensare al codice Zanardelli del 1889, primo Codice penale liberale dell’Italia unita, che contempla la violenza coniugale fra i delitti contro la persona (cfr. fonte 3). Mentre le corti penali si orientano sempre più a favore delle donne maltrattate, anche da parte dei mariti si nota in parallelo una progressiva caduta della rivendicazione dello jus corrigendi6. La violenza sessuale viene così inserita fra i delitti contro il buon costume e l’ordine familiare, nonostante già negli anni Settanta dell’Ottocento alcuni giuristi l’avessero considerata fra i reati contro la persona: un’acquisizione di principio che sarà recepita dall’ordinamento italiano solo nel 1996.

Nella storia della violenza sessuale emerge evidente la forza delle rappresentazioni e della mentalità diffusa: anche i giuristi liberali conservano la convinzione che un certo grado di violenza - la vis grata puellis (secondo la formula di Ovidio)7 - caratterizzi “naturalmente” la relazione intima, così come che la credibilità della parola femminile sia “naturalmente” più labile. Gli esperti di diritto del tempo spiegano la difformità fra l’elaborazione giuridica teorica e le norme positive con ragioni di opportunità, cioè con la necessità di preservare l’ordine sociale. In questo modo si giustifica comunque la violenza contro le donne ritenute disoneste e nei processi per violenza sessuale s'instaura una prassi in cui la vittima viene sottoposta a ripetuti e pesanti interrogatori per la verifica della sua reputazione. 

Il passaggio della guerra 

La Prima guerra mondiale costituisce una cesura nelle trasformazioni avviate con le Rivoluzioni tra XVIII e XIX secolo. Gli aspetti di modernizzazione presenti nella mobilitazione femminile del “fronte interno” soprattutto in campo lavorativo, al termine del conflitto sono compromessi dal bisogno di normalizzazione che segue all’immane tragedia. Torna in tutta Europa l’analogia tra l’ordine familiare e l’ordine sociale e forte è la polemica contro l’inserimento delle donne nella vita pubblica. Si accentua semmai il carattere pubblico della famiglia, e quindi l’intervento degli Stati su di essa. Negli anni Venti e Trenta del Novecento i codici emanati dal regime fascista in Italia, in accordo con la tradizione religiosa, ribadiscono che il marito è il capo della famiglia, il quale conserva un certo potere correttivo legato alla sua autorità. I maltrattamenti in famiglia non sono più considerati un delitto contro la persona, bensì contro la famiglia, anche se la pena aumenta. Così la violenza sessuale rientra nei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume; e mantiene la sua validità l’argomento della vis grata puellis.

L’Italia repubblicana 

Con la nascita della Repubblica, la situazione in Italia non cambia radicalmente. Sebbene la Costituzione rappresenti un innegabile progresso sul piano dei diritti, la lentezza con cui i nuovi principi costituzionali influiscono sulla sensibilità collettiva fa sì che la violenza sulle donne abbia un ampio margine di legittimità, almeno fino alla grande trasformazione del Paese che avviene dalla fine degli anni Cinquanta. Entrano allora in crisi anche secolari strutture dei rapporti di genere: in una prima fase si mettono in discussione quegli aspetti del patriarcato che ostacolano l’ingresso delle donne nell’istruzione, nella mobilità e nel lavoro. A partire dagli anni Sessanta, anche grazie alla stagione dei movimenti esplosa negli anni Settanta, si avvia una radicale messa in discussione della gerarchia fra i sessi a partire dalla sfera privata, con il contributo dirompente del femminismo. La forza del femminismo nel discorso pubblico fa sì che le istanze delle donne trovino una sponda anche presso molte parlamentari. Ciò produce un’accelerazione senza precedenti sul piano legislativo, che trasforma le regole giuridiche del rapporto uomo-donna in primo luogo in famiglia, con l’introduzione del divorzio, del nuovo codice di famiglia, della abolizione del reato d’aborto, del delitto d’onore e del matrimonio riparatore8

Cresce una sensibilità diffusa che mostra sempre più una bassa tolleranza verso la violenza contro le donne: dal convegno internazionale sulla violenza contro le donne, organizzato dal movimento femminista nell’aprile del 1978, nascerà il Comitato promotore della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, che raccoglierà 300.000 firme. Il femminismo contribuisce ad ampliare la nozione di violenza, per comprendervi anche la dimensione psicologica ed economica, mettendo a nudo i modelli culturali sessisti che orientano la società. Sorgono così anche le prime case di accoglienza per le donne oggetto di violenza e i primi centri antiviolenza (cfr. fonte 4) ancor oggi ritenuti uno strumento importante contro il perpetuarsi del fenomeno.

Referenze iconografiche: Jacob Lund/Shutterstock