Mentre Carlo Levi, nel dopoguerra, si chiedeva quale forma di letteratura, dopo Auschwitz e Buchenwald, si sarebbe ancora potuta scrivere e soprattutto leggere, ciò che in questi decenni è sato, in realtà, è il crearsi e poi lo svilupparsi di una vera e propria letteratura dell’Olocausto. In essa occupano un posto centrale le memorie, i diari, le lettere, quegli scritti, cioè, che costituiscono anche una fondamentale fonte storica: composti dai sopravvissuti o comunque da persone che giorno dopo giorno hanno annotato la tragedia che era in corso, essi consentono di illustrare aspetti complessi e talvolta ancora problematici della Shoah.
Il diario di Dawid Sierakowiak (1924-1943) [1] fu scoperto dopo la guerra da Waclaw Szkudlarek, proprietario dell'appartamento di Łódź nel quale il giovane era vissuto con la sua famiglia da quando gli occupanti tedeschi avevano deciso, già alla fine del 1939, di trasformare in ghetto un’intera parte della città, requisendo le abitazioni per concentrarvi gli ebrei. Dopo Varsavia, Łódź aveva la comunità ebraica più numerosa e ricca d’Europa: con un importante distretto industriale, veniva considerata la Manchester dell’Est Europa. Tuttavia, a differenza del ghetto di Varsavia, su cui esiste una documentazione consistente, del ghetto di Łódź si sapeva davvero poco prima che fossero ritrovati i cinque quaderni che compongono questo diario. Essi descrivono giorno per giorno come fu possibile distruggere ogni aspetto della vita normale dei circa 320.000 ebrei della città e convogliare ogni loro bene ed energia nella produzione a favore del Terzo Reich: lo scritto di Dawid è oggi considerato una delle più importanti testimonianze del sistema concentrazionario nazista. È peraltro molto probabile che, oltre ai cinque quaderni ritrovati, ce ne fossero altri, purtroppo bruciati per riscaldarsi da persone che occupavano l'appartamento durante gli sfollamenti del 1945 [2].
Il racconto inizia il 28 giugno 1939, quando il quindicenne Dawid Sierakowiak sta frequentando un campo di vacanza per giovani sionisti [3], dove vive gli ultimi momenti di serenità per un ragazzo entusiasta e pieno di risorse come lui. La sua famiglia appartiene alla borghesia ebraica di Łódź: il padre Majlech fa l’ebanista, compie cioè lavori di artigianato con il pregiato legno di ebano, mentre l’amatissima madre Sura si occupa della famiglia; Dawid ha una sorella minore, Natalia (chiamata Nadzia, poi deportata e morta ad Auschwitz), che presto dovrà sostituire la madre, costretta al lavoro coatto nel ghetto, trasformato in un centro di manodopera forzata al servizio della Germania nazista.
Studente brillante, Dawid frequenta la scuola privata ebraica grazie a una borsa di studio. Dal suo racconto possiamo capire che è un formidabile lettore, con un interesse particolare per l’apprendimento delle lingue (inglese, francese, tedesco, ma anche ebraico e latino). Dall’autunno del 1939, dopo l’ingresso delle truppe di occupazione tedesche nella città i libri diventeranno per lui strumenti sempre più preziosi che lo aiuteranno a non lasciarsi soverchiare dalla disperazione, man mano che la situazione diviene sempre più drammatica per le penose condizioni di vita e la fame crescente, causata dalla scarsità di viveri.
Al liceo, che continua a frequentare all’interno del ghetto, viene scelto dai suoi compagni come rappresentante nel consiglio degli studenti, dove riesce ad imporre di discutere, in primo luogo, del deperimento fisico cui sono sottoposti, fino a quando l’amministrazione del ghetto non deciderà di fornire loro una razione di cibo migliore. Per lottare contro la fame inizierà anche a dare lezioni private ai figli degli ebrei ricchi, quel ceto di privilegiati che -per dirla con le sue parole - «possono vivere in condizioni migliori di quanto non fossero soliti vivere la maggior parte dei proprietari di fabbriche» [4] prima della guerra.
Sierakowiak annota meticolosamente le notizie che gli giungono, gli episodi della tragedia vissuta dalla sua comunità, descrive ed analizza i propri stati d’animo. Fin dalle prime pagine, ad esempio, Dawid racconta come venissero cacciati dalle scuole gli studenti ebrei, espulsi a forza e poi picchiati per le strade della città; poteva anche capitare che dei tedeschi raggiungessero gli ebrei, che semplicemente stavano camminando, per assestare loro uno schiaffo in faccia [5]. Il suo giovanile umorismo, che inizialmente lo portava a divertirsi imitando Hitler, anche rinchiuso in un rifugio aereo, diviene presto una comicità scettica e funerea. Scrive anche delle crescenti tensioni col padre, che per la paura scivola progressivamente in uno stato di “egoismo animalesco”, secondo il giovane, mentre soffre profondamente per la deportazione nel campo di sterminio di Chełmno della madre, nel 1942, che «con un fatalismo e una logica straziante e folle» [6] aveva accettato il proprio destino come un evento inevitabile. Senza contraddizione rispetto alla sua appartenenza religiosa e davanti a tante ingiustizie, Dawid aderisce al marxismo: presenta e discute testi di Marx e Lenin, collabora con gruppi di sinistra del sionismo ed è convinto che anche i cristiani dovrebbero poter riconoscere che la loro religione porta naturalmente al comunismo.
Parlando della vita di tutti i giorni, Dawid coglie lucidamente tutto quello che sta avvenendo intorno a lui e al suo popolo: il lavoro coatto, l’offesa insensata, la distruzione dell’identità. A proposito della fede dice: «Strappare a un uomo l’unica consolazione, la sua fede, impedirgli di professare la religione, vera ragione di vita, è il crimine più orrendo» [7]. Annota lucidamente gli episodi umilianti in cui, a caso, gli ebrei che passano per strada - lui compreso - vengono costretti e poi commenta: «L’umiliazione inflitta con la forza non è umiliazione» e continua poco oltre: «Resta solo una risposta: vendetta!» [8]. Né ignora l’abiezione di colui che si è proclamato "imperatore" della comunità segregata, ovvero Chiam Rumkowski, l’ebreo cui i nazisti hanno delegato la gestione del ghetto stesso. Quando poi si diffonderà la notizia dell’avanzata delle Forze alleate in Africa scriverà disperato: «Stanno facendo di tutto tranne che venire qui, maledetti!» [9].
La scrittura si interrompe bruscamente il 15 aprile 1943. In quei giorni Dawid aveva appreso di aver ottenuto un lavoro molto ambito come l’impiego in un panificio, ma la sua salute era ormai minata. E nonostante il barlume di felicità rappresentato dalla notizia del nuovo lavoro, Sierakowiak non aveva più alcuna speranza, come mostrano le ultime parole che ci ha lasciato: «In serata ho dovuto preparare il cibo e cuocere la cena, cosa che mi ha spossato del tutto. In politica non c'è assolutamente niente di nuovo. Ancora una volta, senza irrequietezza, mi sento prendere da una profonda malinconia. Per noi non c'è nessuna speranza di uscire da qui»[10].
Dawid Sierakowiak morì l'8 agosto 1943, probabilmente di tubercolosi. Aveva appena compiuto 19 anni.
Questo diario getta luce anche su aspetti complessi e controversi della reazione ebraica all’annientamento. Quali azioni di resistenza potevano essere messe in atto da chi viveva in un ghetto? Dawid, che si professa marxista, ha piena coscienza della logica che guida le scelte del capo del ghetto Łódź, l’ebreo Chaim Rumkowski: lo definisce uno stupido-sadico perché a quanti partivano per la deportazione continuava a ripetere che non c’era nulla da temere. Preoccupato di salvaguardare se stesso, rendendosi utile ai tedeschi, Rumkowski usò lucidamente la prima fase di trasferimento forzato per eliminare proprio i soggetti che riteneva potenzialmente rivoltosi o sobillatori della rivolta. In effetti, a differenza di Varsavia, a Łódź non si verificò nessun serio episodio di resistenza, se si escludono due tentativi di appiccare il fuoco nei laboratori tessili, cui accenna anche il diario.
C’è poi un altro aspetto della mancata resistenza ebraica che filtra attraverso le pagine di questo diario: l’atteggiamento di attesa di compimento delle profezie messianiche, che caratterizzava soprattutto gli ebrei più religiosi. Secondo queste profezie talmudiche, derivate cioè dal Talmud, il libro sacro degli ebrei, un drammatico periodo di distruzione e sofferenza (la cosiddetta “fine dei giorni”) avrebbe dovuto precedere la definitiva venuta del Messia, che gli ebrei notoriamente non riconoscono nella figura di Cristo. Alla luce di queste categorie spirituali, ciò che stava avvenendo fu così interpretato come una necessità, un destino del “popolo eletto”.
D’altra parte, Dawid stesso era potenzialmente in possesso di tutti i “mezzi” che sarebbero stati necessari per opporsi, ma non diede attuazione ai suoi desideri di ribellione. Egli raccoglieva informazioni ed era membro di un’organizzazione clandestina comunista, i cui capi cercavano di coinvolgerlo per approntare una squadra, votata al sacrificio e disponibile ad un’azione di controffensiva armata. Dawid, tuttavia, rifiuta di diventare un ‘rivoluzionario di professione’, preferisce restare a curare la famiglia, stare vicino alla sua comunità. Spesso rivolge a se stesso questo tipo di domande rassegnate: «Ma che cosa posso fare? Non ci sono aiuti. La nostra tomba evidentemente non è molto lontana da qui» [11].
1 Oggi I cinque quaderni sono conservati negli archivi di Yad Vashem a Gerusalemme e dello United States Holocaust Memorial Museum di Whashington.
2 Nella deposizione del 3 maggio 1966 alla Commissione per l’esame dei crimini nazisti a Łódź, Szkudlarek disse: «Una pila di quaderni tutti scritti stava sulla stufa. Qualcuno doveva averli usati per mantenere il fuoco acceso, perché alcuni erano rovinati». Cit. in A. Adelson, Introduzione, in Il diario di Dawid Sierakowiak. Cinque quaderni dal ghetto di Łódź, a cura di A. Adelson, Torino 2008, p. XIII.
3 Fondato da Theodor Herzl alla fine del XIX secolo in reazione a gravi episodi di antisemitismo, il sionismo era un movimento politico che aveva come obiettivo la creazione di uno Stato ebraico in Palestina.
4 Il diario di Dawid Sierakowiak. Cinque quaderni dal ghetto di Łódź, cit., p. 277; sulla situazione sociale all’interno del ghetto si veda il box di approfondimento.
5 Ivi, p. 65.
6 Ivi, p. 246.
7 Ivi, p. 28.
8 Ivi, p. 40.
9 Ivi, p. 253
10 Ivi, p. 303.
11 Ivi, p. 99.
Immagine di copertina: Linea di reinsediamento nazista degli ebrei con persone che indossano una stella gialla sulla schiena,
ghetto ebraico di Lodz, Polonia, 1941. Il cartello recita: “Zona residenziale degli ebrei, vietato l'accesso”.
Si trattava di un reinsediamento temporaneo controllato dai nazisti, da cui gli ebrei venivano poi trasferiti nei campi di sterminio.
Referenze iconografiche: Alamy / Imageselect / Shawshots