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Donne che “creano disordine”: il caso di Caterina la Sartora | Agorà

Scritto da Alessandra Celati | set 16, 2026

La figura di Caterina, a processo come eretica a Venezia

Il 13 ottobre 1575 una donna di circa quarant'anni di nome Caterina fu chiusa nelle carceri del Sant'Uffizio a Venezia[1]. Il suo processo andava avanti da mesi, durante i quali era stata interrogata come sospetta eretica e aveva negato l'evidenza, cadendo in contraddizione, o appellandosi a presunti vuoti di memoria. In città era nota come la Sartora perché insieme col marito aveva una bottega di sartoria nel sestiere di Cannaregio: per anni il loro negozio era stato uno dei centri di propagazione e discussione di libri e idee protestanti. I testimoni dichiararono che la donna era solita condannare pubblicamente i costumi religiosi cattolici delle vicine, si permetteva di criticare i dogmi romani col dire «di continuo San Paulo così San Paulo cosà», e quando il suo maestro di eresia, il genovese Publio Francesco Spinola, era stato arrestato, si era attivata per recapitargli lenzuola e pentole di minestra - attività che in sede processuale costituirono un indizio particolarmente grave a carico della donna. Caterina faceva parte di una rete eterodossa che comprendeva diverse persone e si estendeva su tutta la città. Si era ritrovata a frequentare ambienti filo-protestanti casualmente, quando da giovanissima era stata assunta come cameriera da una gentildonna di nome Lucrezia Maggi, a sua volta moglie di un esponente di spicco del movimento, e col passare degli anni il suo coinvolgimento religioso e personale si era fatto sempre più profondo, consapevole e irreversibile.


Il ruolo delle donne nella Riforma, un feno
meno trascurato dalla storiografia

La vicenda di Caterina la Sartora permette di gettare luce su un fenomeno lungamente trascurato dalla storiografia: la partecipazione e il ruolo delle donne del popolo nella crisi religiosa del Cinquecento italiano. Già a partire dagli anni Venti le idee protestanti attraversarono le Alpi, viaggiando con le bisacce dei mercanti, seguendo le rotte del mercato librario, attraverso il flusso di studenti che dal nord Europa venivano a studiare presso le università italiane, o propagate dagli esuli in fuga dal massacro che seguì la sconfitta dei contadini a Mühlberg[2]. Tali idee si diffusero in tutta Italia, ma attecchirono con particolare vigore nel contesto urbano del settentrione, circolando negli ambienti umanistici, intrecciandosi con preesistenti istanze anticlericali, e in alcuni casi alimentando velleità politiche radicali.


L’eresia, un peccato intellettuale da cui le donne erano escluse

Tale fenomeno fu, e soprattutto fu considerato, precipuamente maschile. Gli inquisitori consideravano l'eresia un peccato intellettuale: per essere compresa e abbracciata, essa richiedeva la dimestichezza con la discussione teologica e la familiarità con la lettura - ancor meglio se effettuata con gli strumenti della critica filologica. Per questo motivo le donne, salvo rare eccezioni escluse da un'appropriata formazione culturale, apparivano costitutivamente incapaci non solo di produrre, ma anche di avvicinarsi in modo consapevole al discorso ereticale. L'azione repressiva antiluterana si concentrava così soprattutto sugli uomini, col risultato che la documentazione inquisitoriale, fondamentale per ricostruire i contorni del movimento eterodosso italiano, è stata a lungo considerata inappropriata e insufficiente a verificare un possibile coinvolgimento femminile.


Le ricostruzioni del fenomeno attraverso i documenti dell’Inquisizione

Se setacciate accuratamente, tuttavia, le fonti mostrano una realtà alquanto diversa. A Venezia, ad esempio, le donne entravano in contatto col discorso protestante in famiglia, lavorando nelle botteghe, nelle case nobiliari o all'Arsenale, e addirittura dentro i conventi in cui le figlie delle famiglie aristocratiche venivano sistemate (o se si preferisce rinchiuse) per tutelare la consistenza dei patrimoni. Nei documenti la scelta di convertirsi alla Riforma è descritta spesso come un evento vertiginoso e sconvolgente, che collocava le donne in un altrove assoluto, religioso ed esistenziale. Tale decisione interrompeva i rapporti di vicinato - risorsa fondamentale nel contesto di subordinazione in cui le donne vivevano -, comportava la rinuncia alla devozione cattolica (ricca di figure femminili che costituivano punti di riferimento e fonti di conforto in momenti particolarmente difficili come quello del parto), e talvolta aveva come esito l'esilio. Per lo più poco interessate e poco avvezze alla speculazione teorica, la Riforma di queste donne era incentrata sulle pratiche: astenersi dai sacramenti cattolici; ascoltare (o per quelle alfabetizzate leggere autonomamente in forma scritta) e commentare i sermoni dei predicatori riformati, il Vangelo o il Beneficio di Cristo; strappare i rosari dal collo delle vicine; attivare forme di solidarietà e complicità con altri membri del movimento - spesso basate sulle tipiche competenze femminili, come il prendersi cura dei bambini (come i figli dei predicatori itineranti, che questi non potevano portare con sé), o il cucinare i pasti per i prigionieri (come nel caso di Caterina). La loro esperienza fu spesso segnata da contraddizioni, caratterizzata da permanenze e rotture, in cui l'elemento religioso si confondeva con quello psicologico: come Caterina ammise davanti ai giudici, ad esempio, aveva smesso di credere al valore sacramentale della confessione, ma non aveva smesso di confessarsi perché le «piaceva (…) raccontare delle cose di Dio»[3].


Le donne vittime di opposti stereotipi

Gli inquisitori sapevano che le idee protestanti rischiavano di insinuarsi anche nelle “deboli menti” femminili, ma lo consideravano un sintomo della corruzione dei tempi, non il risultato di una presa di parola. Le donne apparivano vittime di un'epoca disgraziata, afflitta dalla catastrofe dello scisma religioso, violentata dalla superbia di uomini privi del timore di Dio. Lo stereotipo delle donne come minus habentes era ben radicato nella mentalità dell'epoca, tanto laica (equiparate ai minori, le donne erano prive di potestà giuridica) quanto ecclesiastica, e se ne trova traccia esplicita nella manualistica inquisitoriale. Opposto e complementare a questo stereotipo era quello che vedeva la donna, figlia di Eva, come naturalmente infida, disobbediente, creatrice di disordine. Se il concetto dell’imbecillitas sexus ebbe come conseguenza una certa diffusa clemenza da parte dei giudici, esso non scalfì l’atavica diffidenza ecclesiastica nei confronti delle donne.


L’auto-diminuzione come meccanismo di difesa

Strette tra queste due rappresentazioni, le donne processate per eresia nella Venezia del Cinquecento seppero districarsi tra i meccanismi giudiziari, avendo ben presente il quadro mentale dei propri accusatori. Ostentando umiltà e inconsapevolezza, esse assunsero su di sé, strumentalmente e strategicamente, l'immagine della “donna idiota”: ignoranti e analfabete non avrebbero avuto modo di comprendere il discorso teologico nemmeno volendo; gravate dai loro doveri familiari, non avevano avuto il tempo né l'occasione di dedicarsi ad argomenti che comunque, per loro, non avevano senso né valore; costrette in gravidanze difficili e parti dolorosi avevano ben altri pensieri, avevano dimenticato tutto, non meritavano che pietà. La frequenza di questo genere di affermazioni in sede processuale mette in luce come l'auto-diminuzione fosse un meccanismo di difesa, una strategia ben collaudata, per altro utilizzata in modo piuttosto spudorato anche da quelle che padroneggiavano la lettura e non erano intellettualmente sprovvedute. Nel caso di Caterina la Sartora, fu soltanto in seguito alla carcerazione che la donna passò a più miti consigli e si decise a collaborare e smettere di mentire. Il suo processo non giunse a sentenza. Si interruppe nell'ottobre del 1575, quando la peste, che da alcuni mesi era penetrata in città, esplose: la stessa Caterina fu vittima del morbo.

Le donne del popolo come soggetto storico: un diverso approccio

La lacunosità, frammentarietà ed esiguità delle fonti ha per molto tempo scoraggiato gli storici dall’indagare in modo sistematico la partecipazione delle donne del popolo al movimento di Riforma italiano. Ciò è anche stato dovuto a un’involontaria acquisizione delle stesse chiavi di lettura degli inquisitori: le donne non potevano produrre pensiero teologico e non costituivano dunque un "problema storico". Diverso il caso delle aristocratiche, che, grazie alla propria posizione sociale ed economica, potevano mobilitare risorse, instaurare rapporti di protezione e incidere concretamente sulle sorti del movimento. Di donne come Renata di Francia, Vittoria Colonna, Margherita Paleologo, Isabella Fettina, sono state ricostruite le inclinazioni dottrinali e le reti religiose.[4] Affinché le donne di ceto inferiore venissero pienamente considerate un soggetto storico (e non solo ridotte al ruolo di mogli, figlie, sorelle di eterodossi maschi, più o meno plagiate o costrette a seguirne le idee e le scelte, talvolta fino alla fuga religionis causa) è stato necessario utilizzare gli strumenti metodologici della microstoria, attingere al bagaglio concettuale della storia di genere, privilegiare l'approccio della storia sociale a quello della storia delle idee. Ne è emersa una storia di luci e ombre, di percorsi tortuosi e a tratti incoerenti.

Il prezzo che queste donne pagarono fu alto: persero onore, protezioni, stabilità. Poi la storia le dimenticò. Tuttavia, nel coraggio di addentrarsi su un terreno che le escludeva programmaticamente, spinte da un confuso desiderio di autoaffermazione e individuazione (oggi si dice agency), acquisirono esperienze e capacità, come l'esposizione alla parola scritta, alla riflessione teologica, alla trasformazione del viaggio. Incepparono il meccanismo di subordinazione e cercarono “disordine”.

[1] Alessandra Celati, Donne che creano disordine. Storia di Caterina e di altre eretiche (Einaudi, 2025), p. 115.

[2] Aldo Stella, Dall’anabattismo al socinianesimo nel Cinquecento veneto: ricerche storiche (Liviana, 1967), pp. 14 sgg.

[3] Celati, Donne che creano disordine, pp. 102/103.

[4] Federica Ambrosini, L’eresia di Isabella. Vita di Isabella di Passano, signora della Frattina (Franco Angeli, 2005); Eleonora Belligni, Renata di Francia (1510-1575). Un’eresia di corte (Utet, 2011).

Referenze iconografiche:  Geertruydt Roghman, Due donne che cuciono, Tavola 1 da “Cinque occupazioni femminili”, 1640–1657 ca., incisione, part.,
The Metropolitan Museum of Art, New York (c) Collezione Elisha Whittelsey, Fondo Elisha Whittelsey, 1956