Le storie di bullismo portate alla ribalta dalla cronaca, spesso in associazione al cyberbullismo, sono ormai tristemente frequenti. Quelli di cui danno conto i mezzi d’informazione sono episodi molto gravi, per lo più fatali per le vittime. Restano invece sconosciuti o circoscritti ad ambiti limitati casi forse meno gravi ma pur sempre fisicamente e psicologicamente lesivi delle persone che li subiscono.
È un dato di fatto che spesso le relazioni fra i ragazzi e fra le ragazze sono difficili, soprattutto quando si instaurano rapporti non equilibrati in cui si può riconoscere una vittima e una o più persone prepotenti che agiscono in gruppo. Rispetto ad occasionali litigi alla pari, infatti, il fenomeno del bullismo si distingue per gli atti di prevaricazione sistematica, che il bullo o la bulla (e il gruppo che lo/la sostiene) esercita in maniera intenzionale su un altro o un’altra percepito/a come più debole o diverso/a; inoltre, i comportamenti aggressivi, che possono essere di tipo fisico, verbale o psicologico, sono protratti nel tempo. Allo stesso modo, il cyberbullismo è l’insieme di comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti subìti online in maniera continuativa, ossia tutti i giorni, più volte a settimana, più volte al mese.
Queste definizioni sono presenti nel resoconto elaborato dall’Istat dell’indagine condotta nel 2023 e pubblicata nel 2025. Un dato che salta subito agli occhi è che il 68,5% dei 39 214 ragazzi e ragazze intervistati, di età compresa fra gli 11 e il 19 anni, ha dichiarato di aver subìto almeno un comportamento offensivo, non rispettoso e/o violento nel corso dell’ultimo anno, il 21% di essere stato/a vittima di bullismo più volte al mese, fino ad arrivare al drammatico 8% di chi è stato oggetto di azioni aggressive più volte a settimana. I numeri parlano chiaro: nonostante l’accresciuta sensibilità e l’attenzione accordate al fenomeno attraverso campagne mirate e lanciate dai mezzi di comunicazione, e i progetti educativi dei ministeri dell’istruzione e della salute o delle amministrazioni locali, il bullismo sta manifestando una pericolosa tendenza alla diffusione, sia in presenza sia online.
Le risultanze numerico-grafiche proposte per fasce di età, per sesso e per macroregione di appartenenza sono state raccolte nel report Bullismo e cyberbullismo nei rapporti tra i ragazzi (disponibile in pdf). Si tratta di un resoconto analitico, oggettivo, ben strutturato e di facile consultazione, basato su percentuali e scarne descrizioni: il lettore è posto di fronte all’istantanea di un aspetto della società attuale. Non vi si rinviene infatti alcuna proposta di interpretazione delle cause né di modalità con cui affrontare il fenomeno: l’inchiesta dell’Istat, più che risposte, sollecita domande e riflessioni. I dati presentati possono tuttavia utilmente orientare genitori, insegnanti, educatori, psicologi e quanti - dalle pubbliche amministrazioni alle organizzazioni no-profit - si accostano al fenomeno o si occupano di politiche giovanili.
Di seguito evidenziamo le maggiori rilevanze:
Passando dai dati a qualche riflessione, secondo molti esperti il primo passo per contrastare il bullismo risiede nella capacità degli adulti di cogliere anche i più banali segnali che si manifestano nelle relazioni fra i ragazzi. Compito non facile, ma essenziale per scoraggiare molto precocemente il giovane bullo o la giovane bulla e i suoi “sostenitori” dal mettere in atto o proseguire azioni di violenza nei confronti di un soggetto più debole. Infatti, vi è unanimità di parere nel ritenere che le analisi del contesto di vita dei giovani (scolastico, extrascolastico, familiare) e il coinvolgimento fattivo di questi ambiti sono essenziali per arginare un fenomeno che in Italia come nel resto del mondo sta assumendo dimensioni importanti, come dimostrano le rilevazioni effettuate dall’Unesco, dall’OMS, dall’Unicef e da altre agenzie internazionali. Poiché le analisi di contesto da sole non bastano, è necessario che siano intensificate l’azione educativa e il supporto socio-affettivo indirizzati in primo luogo alle vittime, incoraggiandole a trovare il coraggio di chiedere aiuto alla cerchia di adulti più vicina (genitori, insegnanti, ecc.), e contemporaneamente a chi esercita violenza e al gruppo, anch’essi bisognosi di supporto positivo. Non va dimenticato che vittima e bullo/bulla frequentano lo stesso ambiente.
In questa azione combinata la scuola gioca un ruolo determinante, poiché è un luogo in cui è più facile cogliere la tendenza a comportamenti violenti, mentre gli spazi esterni al pari di quelli online sfuggono al controllo.
Nei piani educativi predisposti dalle singole istituzioni scolastiche non mancano le indicazioni per realizzare gli Obiettivi 4 e 16 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile, di cui il primo richiama espressamente l’impegno per Assicurare un’istruzione di qualità, equa ed inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento per tutti, il secondo Pace, giustizia e istituzioni solide. Entrambi gli Obiettivi sono i cardini attorno ai quali possono e devono dispiegarsi le iniziative educative per fermare il bullismo con l’intento di sostenere le vittime e sviluppare nei “bulli” modalità e prospettive positive nelle relazioni con gli altri ragazzi. I Parlamenti nazionali di molti paesi - così, per esempio, nella UE - di recente hanno iscritto gli atti più gravi di bullismo fra i reati perseguibili per legge, ma l’aspetto punitivo (non obbligatoriamente indispensabile) dovrebbe essere l’ultimo da prendere in considerazione se si vuole svolgere un’azione di recupero.
La preoccupazione sul benessere psicofisico dei ragazzi è oggetto di indagini e studi soltanto da qualche decina di anni. Dall’inizio del millennio diversi Paesi, fra cui l’Italia, partecipano allo studio multicentrico HBSC (Health Behaviour in School-aged Children - Comportamenti collegati alla salute in ragazzi di età scolare), che prevede ogni quattro anni una raccolta di dati su vari aspetti della vita dei giovani (dall’alimentazione al consumo di droghe, alla sessualità, alla violenza, nel cui ambito bisogna collocare il bullismo). La prossima rilevazione si svolgerà nei primi mesi del 2026 a cura dell’Istituto Superiore di Sanità, che si avvale della collaborazione delle università di Torino, Padova e Siena per l’analisi dei dati.
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