blog

A scuola da Leonardo Sciascia | Sanoma Italia

Scritto da Roberta De Luca | apr 10, 2026

Il potenziale didattico di un grande scrittore come Leonardo Sciascia risiede principalmente nel suo essere un «narratore impuro», una definizione che non implica tanto la contaminazione tra saggistica e narrativa, quanto piuttosto la capacità di indagare il presente attraverso la ricostruzione di microstorie – rimaste inesplorate fino a quando non vi è arrivato lui a rivelarle – da cui osservare di sbieco la grande Storia, allo scopo preciso di metterla a colloquio con l’attualità.

In un’intervista al giornalista e scrittore Giulio Nascimbeni del 1964, è lo stesso autore a dichiarare la sua poetica: «Io mi considero un narratore “impuro”. Non so assolutamente rinunciare alla storia, ai fatti veri. E non so nemmeno rinunciare, narrando questa storia, alla possibilità di intervenire direttamente su di essi, di cavarne tutta la contemporaneità che in essi intravedo».

Se finalmente lo si liberasse dalle etichette di “mafiologo” (che lo stesso autore mal tollerava) e di intellettuale “impegnato” (intendendo con questo aggettivo l’engagé, che non si addice alla natura disorganica della sua attività), scopriremmo che Sciascia si è occupato di tantissimi temi che riguardano l’umanità, sia nella dimensione individuale che collettiva, e lo ha fatto proponendo al lettore uno strumento di indagine e di formazione, senza il quale non può esistere una «cultura che ami l’uomo»: la letteratura.

Entrare nelle opere di Leonardo Sciascia può rivelarsi un’avventura molto interessante, perché egli attende il lettore nelle pieghe della sua prosa non sempre agevole – necessaria è perciò la mediazione dell’insegnante – e lo sfida a guardare alla realtà e alla letteratura stessa con occhi nuovi.

Nell’originalità della sua scrittura e nell’ironia etico-filosofica delle sue affermazioni si crea la possibilità per i ragazzi e le ragazze di allenarsi alla formazione di una coscienza critica rispetto alla complessità del presente, che egli ha indagato da posizioni sempre antidogmatiche e spesso solitarie, fattore da cui deriva anche il suo fascino.

Opere come Il Consiglio d’Egitto, L’uomo dal passamontagna, Porte aperte, La scomparsa di Majorana offrono agli insegnanti spunti didattici di notevole interesse che forse vale la pena di esplorare, come pure la lettura del romanzo manzoniano (Manzoni è per lui, insieme a Pirandello, un padre intellettuale) attraverso la lente di Sciascia critico.

La penna è l’arma con cui l’autore sottrae all’oblio persone e fatti di cui non avremmo saputo nulla senza il suo «orecchio fino», racconta la paura del cittadino di fronte ai totalitarismi, smaschera le imposture della storia, affronta i temi della giustizia, della violenza di genere, dell’emigrazione, discute l’etica della scienza e le responsabilità dello scienziato; per non parlare delle sue passioni per il cinema, le arti figurative, la fotografia, cui ha dedicato saggi memorabili.

La predilezione per il genere giallo, che egli riformula in maniera inedita, si spiega con le finalità della sua scrittura, che cerca di rendere intellegibile la realtà caotica, ponendosi come obiettivo la ricerca della verità.

I gialli sciasciani – da Il giorno della civetta all’ultimo suo romanzo Una storia semplice – sono nelle intenzioni dell’autore storie senza soluzione, nel senso che, pur accertando le responsabilità dei criminali, non si riesce mai ad assicurarli alla giustizia; eppure proprio questa incompiutezza provoca un processo euristico sorprendente, una ricerca della verità mai slegata da riflessioni sulla lingua, le cui competenze sono per Sciascia strettamente connesse alla capacità di ragionare.

Anche la struttura argomentativa della saggistica sciasciana fornisce un esempio di produzione testuale e indica un metodo di ragionamento non assertivo, fondato sulla contraddizione.

I suoi saggi potrebbero perciò essere utilizzati per abituare i ragazzi e le ragazze a confrontarsi con un modo diverso di argomentare, non sempre lineare, aperto al dubbio e alla contraddizione, che in Sciascia non è sinonimo di incoerenza, ma problematizzazione dei fenomeni, dunque approccio critico e generativo.

In uno dei suoi libri inchiesta, tra i più stimolanti da portare in classe, La strega e il capitano (1986), inchiodando le responsabilità di Vacallo nell’aver messo in moto l’ingranaggio terribile della giustizia che «azzanna» Caterina Medici, Sciascia evidenzia nell’uomo la totale assenza di educazione emotiva e sentimentale che combacia con una precisa mancanza: non aveva mai letto in vita sua un carme di Catullo, né il canto quinto dell’Inferno di Dante, e neppure un sonetto di Petrarca o il dialogo shakespeariano di Romeo e Giulietta.

Senza i grandi autori ad orientarci, non sarà facile costruire un nuovo umanesimo, poiché, con le parole dell’autore, «nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini se la letteratura non glielo apprende».


 

 

Referenze iconografiche: Edoardo Fornaciari/Getty Images